| constatine_girl ( @ 2007-10-18 20:46:00 |
| Current location: | pub "Last punk standing" |
| Current mood: | |
| Current music: | LPS Original ST |
| Entry tags: | dean winchester, fanfiction, fantasy, frida constantine, hellblazer, nc17, supernatural |
Last Punk Standing- Divergenze
Il terzo capitolo.
Era Sabato, il palazzo era in fermento per l’imminente evento settimanale: “The Magical Mistery Tour” sponsorizzato da Danita Wright, orchestrato da John Constatine ed offerto da Muppet, che per l’occasione azzardava a sciacquarsi le ascelle.
Una giornata di pace ed armonia, in un furgone giallo ed una serata al solito pub.
Non era il massimo, ma per Frida era una piacevole prospettiva.
Fu destata dal fastidioso squillo del telefono sul pianerottolo: considerato che avevano a disposizione un unico apparecchio era più che naturale posizionarlo all’entrata, fra l’appartamento di Rich e Michelle e quello dei Constantine. Tanto più che la privacy era un concetto astratto ed ogni porta era perennemente spalancata, tranne quella d’entrata.
Era capitato sovente, a Frida come ad Ivy di trovare Muppet in uno dei bagni sparsi fra i cinque alloggi e non era stata una visione paradisiaca.
Ivy s’era scaraventata a prendere la chiamata e dopo un grido minaccioso: “Questa è per me!”, aveva preso a confabulare a bassa voce.
Frida aveva appoggiato il capo sul cuscino, scrutando il soffitto della sua stanza: John l’aveva sgomberata dagli attrezzi da giardinaggio e dalle armi quasi sette anni prima, quando Susan aveva domandato proprio a lui di proteggere quella figlia mai vista e non voluta.
In principio, c’era stata una branda con vecchie lenzuola prese in prestito dai vicini, poi s’era aggiunto un tavolo malfermo per i libri e la lampada di sale, quindi una sedia per gli abiti.
S’era trasformata nel 2001: Frida non apparteneva più a nessuno, né si sentiva pronta a stare sola. John s’era armato di buona volontà ed aveva detto ai suoi amici come sistemare quel piccolo locale.
“Ora, driade, hai una camera” le aveva detto, senza eccessiva enfasi nella voce: “Qualsiasi cosa accada, qualunque cosa tu faccia, questo posto sarà tuo ed io non chiederò perché lo cercherai, me lo dirai tu… Se lo vorrai”.
Era stato così. John era un uomo di parola od almeno lo era con chi meritasse la sua stima.
Ritornata da Abaton, la giovane non aveva fatto altro che chiudersi fra quelle quattro mura, rivangando il passato e ricordando gli amici persi sulla strada: Melinda era stata inghiottita dai propri sentimenti, che l’ Equilibratore aveva visto come una colpa; Juniper s’era smarrita nel cielo, in cerca d’un’esistenza più avventurosa di quella che aveva lasciato; Edward studiava e costruiva il futuro con pazienza e determinazione; Gabaline era tornata ai suoi doveri; non le restava che John e quei simpatici falliti che l’amavano per quella che era e senza porsi domande.
Quando s’era concessa un’ illusione, il lusso d’un sogno, era stata destata dalla verità: lei era nata per vivere d’inganni. Le sole persone che mai l’avrebbero tradita erano lì, in quella stamberga cadente e se non ci fossero state, se il Tempo le avesse spazzate via, allora Frida avrebbe dato la propria energia vitale alla terra.
Non aveva senso camminare in un mondo privo d’amore, né era giusto morire ogni mattina, affogando la speranza nella delusione, aspettando un cenno che non sarebbe mai arrivato.
I piani di vendetta le facevano gola; l’idea di schiacciare chi l’aveva gettata in quel baratro d’inerzia era forte, ma il rituale della sera precedente aveva mitigato l’ira.
Dean non l’aveva rifiutata, ma c’era qualcosa in lui che non aveva scorto a Beltaine: fragilità e timore, persino stizza.
Il suo Guerriero non aveva un’armatura dorata e lei non era una fanciulla eterea e di sangue nobile (sebbene fosse fiera dei propri natali). Lui brandiva inutili armi e lei viveva alla giornata.
Non v’era più epica in quella loro condizione e questo toglieva a Frida un gran peso dal cuore, sostituendolo con la bruciante umiliazione dell’indifferenza.
Lei e Dean potevano avere un futuro, ma qualcosa li bloccava. Non voleva legarlo ad un incantesimo, non desiderava riportarlo ad Abaton, ma sperava di scorgere la sua figura accanto a sé, nella sua stanza.
Dani stava scrivendo al computer ed era naturale: era una giornalista, ma nel sentire il ticchettio lesto dei tasti, Frida balzò a sedere, reprimendo un gemito per una fitta lancinante al polso.
“Dani!” chiamò in tono querulo.
La donna la raggiunse in un minuto, l’espressione del viso era angosciata e non pareva aver riposato a lungo.
Era ancora bella e radiosa; aveva passato le quaranta primavere ma i capelli crespi erano scuri come la sua pelle e gli sgargianti abiti erano un omaggio al sole d’Africa, che Dani non aveva mai visto, ma che faceva parte delle sue radici.
“Come stai?” domandò a Frida con un sospiro.
“Meglio, ti ringrazio” rispose lei, scostando il copriletto: “Ci sono e-mail per me?”
Dani scosse il capo.
“Bene” disse ed il tono di voce era spento e mesto:“Buon lavoro”.
S’adagiò nuovamente e cercò di prendere sonno.
“Ciao Frida,
Prima di sbilanciarmi vorrei essere sicuro che l’indirizzo sia protetto e che non stia mandando una e-mail ad una ditta di cosmetici.
Sam ed io abbiamo guardando nei dintorni, cercando notizie sul tuo affamato amico ed abbiamo ragione di credere che – dopo una così snervante dieta- desideri trovarsi un ristorante aperto. Un bel problema, perché da quanto ho letto, la Gran Bretagna pullula di locali che lui amerebbe frequentare.
Accertati che tuo padre sia preparato al ruolo, perché non basterà mostrare la carta di credito, questa volta.
Vorrei spiegarti cosa mi ha impedito di chiamarti e t’assicuro che non è una scusa e neppure una giustificazione, ma la verità. Vorrei parlarti, ad essere sincero, non stare qui a figurarmi la tua reazione, vorrei guardarti negli occhi e sapere se ti fidi ancora o no… Hai tutte le ragioni per mondo per avercela a morte e considerarmi un bastardo. Se non vuoi avere a che fare con me, non ti negherò il nostro aiuto.
Voglio dire che comunque ti daremo consigli ed informazioni, anche se ritieni che sia tutto finito o che io non l’abbia fatto iniziare.
È chiaro?
Sam ti consiglia di mandarci un resoconto completo e dettagliato dell’ avventura di tuo padre, insomma, fatti raccontare per bene la storia, altrimenti potremmo aver preso un abbaglio.
Non so se passa il concetto…
Spero tu stia bene.
Dean”.
Frida rilesse quella breve lettera due volte e non capì cosa Dean volesse comunicarle sul Demone della Fame.
Era più che sibillino in merito e c’era un cupo presentimento nell’ aria, come se stesse per crollare il Big Ben.
Aveva ancora in mente l’incubo fatto quella mattina: un uomo che divorava la sua prole e quindi se stesso e s’era alzata per vomitare un po’ di saliva, a testimonianza della sua delicatezza di spirito, quando un trillo l’aveva scossa: era arrivata un’ e-mail.
Dani era riversa sul divano, in preda ad uno dei frequenti attacchi di narcolessia, Frida indossava un leggera camicia da notte e chiunque fosse entrato nel condominio avrebbe visto le due donne ed il gatto Bastard accomodato sulla mensola per i biscotti.
“Dal Guerriero alla Driade”.
Era per lei ed era stata inviata da Dean Winchester. Un sussulto di gioia, subito sopito, un sorriso sincero sulle sue labbra e poi s’era seduta ed aveva aperto quella busta virtuale.
“Abbiamo bussato ai cancelli del cielo, driade e pare non manchi nessuno a scuola”.
John Constatine aveva un particolare gergo, a cui Frida s’era abituata, perciò scrollò le spalle quasi indifferente. Lui sbirciò lo schermo da sopra la sua spalla.
“Questo Dean chi cazzo è?” chiese con finta, calcolata noncuranza.
“Lui caccia demoni e fantasmi con un compagno” fu quello che poté riferire Frida senza scomporsi, si voltò per osservare la reazione paterna.
L’uomo scoppiò in una fragorosa e sprezzante risata, che prolungò additando il monitor e lanciando occhiate allusive alla figlia.
Lei si morse il labbro, deglutendo aria ed imprecazioni.
“Oh… Cristo!” proseguì John “Stiamo parlando di cialtronerie alla D&D?
No, aspetta, questi sono stati allevati a “Charmed” e pentacolini d’argento ed hanno pure il Libro delle Ombre, vero?”
“Non lo so” sibilò Frida.
“Io me li vedo: armati sino ai denti, tutti seri a… Cacciare!” si passò una mano fra i capelli biondi “Capisci la stupidità della cosa?
Cacciano esseri immortali, vanno a rompere le palle ai dannati morti, ovvero sono la disgrazia di chiunque percepisca una maledetta vibrazione!
Aspetta… Voglio indovinare. Sono americani?”
Frida annuì.
“Lo sapevo” John si complimentò con se stesso “I più grandi cazzoni vengono da lì. Se non trovano un fottuto nemico da combattere, non hanno una motivazione decente per riprodursi. Li adoro quei palloni gonfiati, mi fanno morire… Sono cosa?
Amici?
La solita coppia repressa come i Mulder e Scully del Gay Pride?”
“No, sono fratelli” c’era un piacere sadico e sottile nel vedere suo padre, un Constantine, sbellicarsi davanti a presunti “esperti” del mondo demoniaco ed una meno raffinata soddisfazione nel sentire Dean umiliato, sebbene inconsapevole.
“Stessa cosa. Vedi Cheryl e me a caccia a Liverpool?” ghignò John “Lei in tenuta da Cacciatrice ed io come un vampiro punk. Ivy e Syder che esorcizzano i cimiteri di Dublino?
No, queste cose vengono bene solo agli americani, perché loro… Loro ci credo alla scemenza della missione per conto di Dio o chi per lui.
Perché hai turbato questi poveri derelitti?
Sei malvagia, piccola regina dei lupini” s’accese una Silk Cut e la fissò per un attimo.
Frida fece una smorfia d’impazienza: “Ieri sera mi sono spaventata…” iniziò.
“E ti sei fatta quattro risate con loro?
Brava, sono orgoglioso di te”.
Lei sospirò: “Ho incontrato uno di loro… Un po’ di tempo fa” aggiunse sottovoce “Una storia davvero incredibile, comunque posso assicurare che i Winchester sono affidabili”.
John diventò serio d’un tratto.
“Papà?” l’interrogò sorpresa Frida.
“I Winchester, li conosco anche io” disse torvo lui, soffiando una nuvola di fumo grigiastro verso il monitor “Sono dannati, ma non abbastanza furbi da sfangarla. Sono ossessionati dalla vendetta e non sanno come metterla in pratica. Arrivano, fanno un bel casino e se ne fregano di chi dovrà raccogliere le loro porcherie.
Sì, hanno le mani in pasta, ma non le sanno lavare. Fine del discorso”.
Non c’era maniera d’aprire una breccia dopo quella sentenza, Frida l’aveva imparato, si otteneva prima il silenzio e poi una solenne ed assordante sfuriata.
Era duro da ammettere, ma persino tra i Constantine vigevano le gerarchie e se un padre poteva rimproverare una figlia pur di non svelare il lercio del suo passato, la progenie doveva tacere ed accettare passivamente. Era l’ordine delle cose e suo nonno, Thomas Constantine, spesso aggiungeva un paio di cinghiate ai moniti, tanto per stare più sicuro.
John, al contrario, non l’aveva mai sfiorata.
“Andiamo a cena, sempre che Dani si svegli” borbottò Constantine avviandosi in cucina.
“Caro Dean,
L’indirizzo è l’unica cosa sicura. Domani mattina dovrò partire con gli altri per il Magical Mistery Tour e penso che dopo cinque o sei birre, papà mi racconterà la favola del Demone della Fame.
Quando vi ho nominato la sua reazione è stata pessima; temo che vi sia della ruggine fra i nostri genitori, che si siano scontrati su qualche questione di grande importanza, per quanto ne so, John sostiene di non aver barato alla partita di poker e ci tiene a sottolinearlo.
Non mi ha riferito altro ed è strano.
Sto per andare al pub e quindi se Gary Lester è là fuori lo saprò, ma non ho paura: papà s’è accertato che lo scantinato fosse in ordine.
La questione di Beltaine non può essere risolta con questi sterili mezzi. Non ho idea di cosa tu abbia provato e non puoi che ricambiare l’ignoranza.
Sì, mi sono illusa ma mi avevi promesso che non avrei sprecato il mio tempo; per te può non significare niente, ma per ogni notte era un’illusione e se non lo capisci non è una colpa. Straniero, umano… Sei tutto questo ed altro, ma non l’eroe senza macchia che ho sognato.
Sono felice. Contenta di vederti con altri occhi, d’immaginarti debole come lo sono io in questo mondo.
Sono triste, perché non sono quello che vuoi.
Non sto bene, Lester mi ha aggredita e qui sta per succedere qualcosa.
Ti farò sapere.
Frida”.
Il bar era decisamente affollato e chiassoso, ma era il posto ideale per mantenere la connessione stabile, quando Dean allontanò da sé il portatile con gesto brusco, Sam comprese di poter leggere a sua volta.
“Questo è un messaggio in codice, non so cosa voglia dirci” commentò alla fine “Il Magical Mistery Tour deve essere inteso come la Caccia”.
“Papà scrisse che Constantine non è portato alla Caccia” obiettò Dean portandosi il bicchiere alle labbra.
“Si riferisce ad un gruppo” continuò il minore “Posso essere dei mediatori, che cercano un contatto fra questo mondo e gli altri… Cinque o sei birre, ma è un alcolizzato?”
“Gli inglesi buttano giù tè e birra a pieno regime” sbottò l’altro “Alla settima pinta sono ancora sobri”.
“Lo spero, altrimenti non ci darà niente di utile” disse Sam “Cosa avrà inteso con lo scantinato in ordine?
E questa partita poker che ha incrinato i rapporti cosa sta ad indicare?
Una divergenza d’opinioni sul metodo per ripulire una zona?”
Dean scrollò le spalle e non rispose.
“Nostro padre non era stato severo nei confronti dei Constantine” insistette Sam pensoso.
“Beh… Se definirli una famiglia di truffatori, ladri, assassini, cialtroni, ubriaconi e sovversivi è stato un giudizio positivo, non oso immaginare quello negativo”.
“Diciamo che hanno vedute aperte sui rapporti fra specie diverse” azzardò Sam.
“Sì, magari avevano anche dei sodomiti contro natura nella loro stirpe!” rise sarcastico Dean “Non so perché papà abbia litigato con Constantine, non lo sapremo mai”.
Restarono in silenzio per alcuni istanti.
“Il resto è chiaro: l’hai umiliata” chiosò Sam.
“E’ arrivato l’avvocato delle donne!”
“No, è la verità” si difese il fratello “Era la sua prima esperienza, le era stata imposta; tu arrivi e fai il tuo solito spettacolo, poi non ti stupire se è rimasta delusa da questo silenzio, che io non giustifico affatto”.
“Mi ha invitato lei al banchetto”.
Una frase da misogino, Dean si pentì d’averla pronunciata.
“Tu non ti sei fatto scrupoli, però ed era vergine. Era lì perché doveva esserci, perché l’hanno obbligata a stare con un uomo, non perché lei ha scelto il momento ed il posto. È stata sua madre ad ordinarlo, no?
Sei stato al banchetto perché bene o male qualcuno quella sera avrebbe mangiato. Aggiungici la certezza d’essere stata presa in giro e forse avrai una pallida idea di cosa ha passato” lo rimproverò duramente Sam.
“Non le ho fatto del male” si difese Dean “Avrei voluto chiamarla, ma per farlo dovevo gettare un’ampolla per terra e sperare che non giungesse una delegazione di folletti a prendere il messaggio.
Non avevo il suo telefono, non sapevo dove sarebbe stata e non avevo un attimo libero per stare da solo e riflettere seriamente se farmi sentire o no!
Ho un lavoro da svolgere e se avessi potuto, le avrei parlato per telefono, le avrei scritto, ma non potevo!
Io non volevo farle del male”.
“Non volevi, ma l’hai fatto e dovresti scriverlo…”
Dean scosse la testa: “No, la situazione è un casino già così. Le darò il numero del mio cellulare, a voce sarà più semplice” sentenziò seccamente Dean.
Una giornata di pace ed armonia, in un furgone giallo ed una serata al solito pub.
Non era il massimo, ma per Frida era una piacevole prospettiva.
Fu destata dal fastidioso squillo del telefono sul pianerottolo: considerato che avevano a disposizione un unico apparecchio era più che naturale posizionarlo all’entrata, fra l’appartamento di Rich e Michelle e quello dei Constantine. Tanto più che la privacy era un concetto astratto ed ogni porta era perennemente spalancata, tranne quella d’entrata.
Era capitato sovente, a Frida come ad Ivy di trovare Muppet in uno dei bagni sparsi fra i cinque alloggi e non era stata una visione paradisiaca.
Ivy s’era scaraventata a prendere la chiamata e dopo un grido minaccioso: “Questa è per me!”, aveva preso a confabulare a bassa voce.
Frida aveva appoggiato il capo sul cuscino, scrutando il soffitto della sua stanza: John l’aveva sgomberata dagli attrezzi da giardinaggio e dalle armi quasi sette anni prima, quando Susan aveva domandato proprio a lui di proteggere quella figlia mai vista e non voluta.
In principio, c’era stata una branda con vecchie lenzuola prese in prestito dai vicini, poi s’era aggiunto un tavolo malfermo per i libri e la lampada di sale, quindi una sedia per gli abiti.
S’era trasformata nel 2001: Frida non apparteneva più a nessuno, né si sentiva pronta a stare sola. John s’era armato di buona volontà ed aveva detto ai suoi amici come sistemare quel piccolo locale.
“Ora, driade, hai una camera” le aveva detto, senza eccessiva enfasi nella voce: “Qualsiasi cosa accada, qualunque cosa tu faccia, questo posto sarà tuo ed io non chiederò perché lo cercherai, me lo dirai tu… Se lo vorrai”.
Era stato così. John era un uomo di parola od almeno lo era con chi meritasse la sua stima.
Ritornata da Abaton, la giovane non aveva fatto altro che chiudersi fra quelle quattro mura, rivangando il passato e ricordando gli amici persi sulla strada: Melinda era stata inghiottita dai propri sentimenti, che l’ Equilibratore aveva visto come una colpa; Juniper s’era smarrita nel cielo, in cerca d’un’esistenza più avventurosa di quella che aveva lasciato; Edward studiava e costruiva il futuro con pazienza e determinazione; Gabaline era tornata ai suoi doveri; non le restava che John e quei simpatici falliti che l’amavano per quella che era e senza porsi domande.
Quando s’era concessa un’ illusione, il lusso d’un sogno, era stata destata dalla verità: lei era nata per vivere d’inganni. Le sole persone che mai l’avrebbero tradita erano lì, in quella stamberga cadente e se non ci fossero state, se il Tempo le avesse spazzate via, allora Frida avrebbe dato la propria energia vitale alla terra.
Non aveva senso camminare in un mondo privo d’amore, né era giusto morire ogni mattina, affogando la speranza nella delusione, aspettando un cenno che non sarebbe mai arrivato.
I piani di vendetta le facevano gola; l’idea di schiacciare chi l’aveva gettata in quel baratro d’inerzia era forte, ma il rituale della sera precedente aveva mitigato l’ira.
Dean non l’aveva rifiutata, ma c’era qualcosa in lui che non aveva scorto a Beltaine: fragilità e timore, persino stizza.
Il suo Guerriero non aveva un’armatura dorata e lei non era una fanciulla eterea e di sangue nobile (sebbene fosse fiera dei propri natali). Lui brandiva inutili armi e lei viveva alla giornata.
Non v’era più epica in quella loro condizione e questo toglieva a Frida un gran peso dal cuore, sostituendolo con la bruciante umiliazione dell’indifferenza.
Lei e Dean potevano avere un futuro, ma qualcosa li bloccava. Non voleva legarlo ad un incantesimo, non desiderava riportarlo ad Abaton, ma sperava di scorgere la sua figura accanto a sé, nella sua stanza.
Dani stava scrivendo al computer ed era naturale: era una giornalista, ma nel sentire il ticchettio lesto dei tasti, Frida balzò a sedere, reprimendo un gemito per una fitta lancinante al polso.
“Dani!” chiamò in tono querulo.
La donna la raggiunse in un minuto, l’espressione del viso era angosciata e non pareva aver riposato a lungo.
Era ancora bella e radiosa; aveva passato le quaranta primavere ma i capelli crespi erano scuri come la sua pelle e gli sgargianti abiti erano un omaggio al sole d’Africa, che Dani non aveva mai visto, ma che faceva parte delle sue radici.
“Come stai?” domandò a Frida con un sospiro.
“Meglio, ti ringrazio” rispose lei, scostando il copriletto: “Ci sono e-mail per me?”
Dani scosse il capo.
“Bene” disse ed il tono di voce era spento e mesto:“Buon lavoro”.
S’adagiò nuovamente e cercò di prendere sonno.
“Ciao Frida,
Prima di sbilanciarmi vorrei essere sicuro che l’indirizzo sia protetto e che non stia mandando una e-mail ad una ditta di cosmetici.
Sam ed io abbiamo guardando nei dintorni, cercando notizie sul tuo affamato amico ed abbiamo ragione di credere che – dopo una così snervante dieta- desideri trovarsi un ristorante aperto. Un bel problema, perché da quanto ho letto, la Gran Bretagna pullula di locali che lui amerebbe frequentare.
Accertati che tuo padre sia preparato al ruolo, perché non basterà mostrare la carta di credito, questa volta.
Vorrei spiegarti cosa mi ha impedito di chiamarti e t’assicuro che non è una scusa e neppure una giustificazione, ma la verità. Vorrei parlarti, ad essere sincero, non stare qui a figurarmi la tua reazione, vorrei guardarti negli occhi e sapere se ti fidi ancora o no… Hai tutte le ragioni per mondo per avercela a morte e considerarmi un bastardo. Se non vuoi avere a che fare con me, non ti negherò il nostro aiuto.
Voglio dire che comunque ti daremo consigli ed informazioni, anche se ritieni che sia tutto finito o che io non l’abbia fatto iniziare.
È chiaro?
Sam ti consiglia di mandarci un resoconto completo e dettagliato dell’ avventura di tuo padre, insomma, fatti raccontare per bene la storia, altrimenti potremmo aver preso un abbaglio.
Non so se passa il concetto…
Spero tu stia bene.
Dean”.
Frida rilesse quella breve lettera due volte e non capì cosa Dean volesse comunicarle sul Demone della Fame.
Era più che sibillino in merito e c’era un cupo presentimento nell’ aria, come se stesse per crollare il Big Ben.
Aveva ancora in mente l’incubo fatto quella mattina: un uomo che divorava la sua prole e quindi se stesso e s’era alzata per vomitare un po’ di saliva, a testimonianza della sua delicatezza di spirito, quando un trillo l’aveva scossa: era arrivata un’ e-mail.
Dani era riversa sul divano, in preda ad uno dei frequenti attacchi di narcolessia, Frida indossava un leggera camicia da notte e chiunque fosse entrato nel condominio avrebbe visto le due donne ed il gatto Bastard accomodato sulla mensola per i biscotti.
“Dal Guerriero alla Driade”.
Era per lei ed era stata inviata da Dean Winchester. Un sussulto di gioia, subito sopito, un sorriso sincero sulle sue labbra e poi s’era seduta ed aveva aperto quella busta virtuale.
“Abbiamo bussato ai cancelli del cielo, driade e pare non manchi nessuno a scuola”.
John Constatine aveva un particolare gergo, a cui Frida s’era abituata, perciò scrollò le spalle quasi indifferente. Lui sbirciò lo schermo da sopra la sua spalla.
“Questo Dean chi cazzo è?” chiese con finta, calcolata noncuranza.
“Lui caccia demoni e fantasmi con un compagno” fu quello che poté riferire Frida senza scomporsi, si voltò per osservare la reazione paterna.
L’uomo scoppiò in una fragorosa e sprezzante risata, che prolungò additando il monitor e lanciando occhiate allusive alla figlia.
Lei si morse il labbro, deglutendo aria ed imprecazioni.
“Oh… Cristo!” proseguì John “Stiamo parlando di cialtronerie alla D&D?
No, aspetta, questi sono stati allevati a “Charmed” e pentacolini d’argento ed hanno pure il Libro delle Ombre, vero?”
“Non lo so” sibilò Frida.
“Io me li vedo: armati sino ai denti, tutti seri a… Cacciare!” si passò una mano fra i capelli biondi “Capisci la stupidità della cosa?
Cacciano esseri immortali, vanno a rompere le palle ai dannati morti, ovvero sono la disgrazia di chiunque percepisca una maledetta vibrazione!
Aspetta… Voglio indovinare. Sono americani?”
Frida annuì.
“Lo sapevo” John si complimentò con se stesso “I più grandi cazzoni vengono da lì. Se non trovano un fottuto nemico da combattere, non hanno una motivazione decente per riprodursi. Li adoro quei palloni gonfiati, mi fanno morire… Sono cosa?
Amici?
La solita coppia repressa come i Mulder e Scully del Gay Pride?”
“No, sono fratelli” c’era un piacere sadico e sottile nel vedere suo padre, un Constantine, sbellicarsi davanti a presunti “esperti” del mondo demoniaco ed una meno raffinata soddisfazione nel sentire Dean umiliato, sebbene inconsapevole.
“Stessa cosa. Vedi Cheryl e me a caccia a Liverpool?” ghignò John “Lei in tenuta da Cacciatrice ed io come un vampiro punk. Ivy e Syder che esorcizzano i cimiteri di Dublino?
No, queste cose vengono bene solo agli americani, perché loro… Loro ci credo alla scemenza della missione per conto di Dio o chi per lui.
Perché hai turbato questi poveri derelitti?
Sei malvagia, piccola regina dei lupini” s’accese una Silk Cut e la fissò per un attimo.
Frida fece una smorfia d’impazienza: “Ieri sera mi sono spaventata…” iniziò.
“E ti sei fatta quattro risate con loro?
Brava, sono orgoglioso di te”.
Lei sospirò: “Ho incontrato uno di loro… Un po’ di tempo fa” aggiunse sottovoce “Una storia davvero incredibile, comunque posso assicurare che i Winchester sono affidabili”.
John diventò serio d’un tratto.
“Papà?” l’interrogò sorpresa Frida.
“I Winchester, li conosco anche io” disse torvo lui, soffiando una nuvola di fumo grigiastro verso il monitor “Sono dannati, ma non abbastanza furbi da sfangarla. Sono ossessionati dalla vendetta e non sanno come metterla in pratica. Arrivano, fanno un bel casino e se ne fregano di chi dovrà raccogliere le loro porcherie.
Sì, hanno le mani in pasta, ma non le sanno lavare. Fine del discorso”.
Non c’era maniera d’aprire una breccia dopo quella sentenza, Frida l’aveva imparato, si otteneva prima il silenzio e poi una solenne ed assordante sfuriata.
Era duro da ammettere, ma persino tra i Constantine vigevano le gerarchie e se un padre poteva rimproverare una figlia pur di non svelare il lercio del suo passato, la progenie doveva tacere ed accettare passivamente. Era l’ordine delle cose e suo nonno, Thomas Constantine, spesso aggiungeva un paio di cinghiate ai moniti, tanto per stare più sicuro.
John, al contrario, non l’aveva mai sfiorata.
“Andiamo a cena, sempre che Dani si svegli” borbottò Constantine avviandosi in cucina.
“Caro Dean,
L’indirizzo è l’unica cosa sicura. Domani mattina dovrò partire con gli altri per il Magical Mistery Tour e penso che dopo cinque o sei birre, papà mi racconterà la favola del Demone della Fame.
Quando vi ho nominato la sua reazione è stata pessima; temo che vi sia della ruggine fra i nostri genitori, che si siano scontrati su qualche questione di grande importanza, per quanto ne so, John sostiene di non aver barato alla partita di poker e ci tiene a sottolinearlo.
Non mi ha riferito altro ed è strano.
Sto per andare al pub e quindi se Gary Lester è là fuori lo saprò, ma non ho paura: papà s’è accertato che lo scantinato fosse in ordine.
La questione di Beltaine non può essere risolta con questi sterili mezzi. Non ho idea di cosa tu abbia provato e non puoi che ricambiare l’ignoranza.
Sì, mi sono illusa ma mi avevi promesso che non avrei sprecato il mio tempo; per te può non significare niente, ma per ogni notte era un’illusione e se non lo capisci non è una colpa. Straniero, umano… Sei tutto questo ed altro, ma non l’eroe senza macchia che ho sognato.
Sono felice. Contenta di vederti con altri occhi, d’immaginarti debole come lo sono io in questo mondo.
Sono triste, perché non sono quello che vuoi.
Non sto bene, Lester mi ha aggredita e qui sta per succedere qualcosa.
Ti farò sapere.
Frida”.
Il bar era decisamente affollato e chiassoso, ma era il posto ideale per mantenere la connessione stabile, quando Dean allontanò da sé il portatile con gesto brusco, Sam comprese di poter leggere a sua volta.
“Questo è un messaggio in codice, non so cosa voglia dirci” commentò alla fine “Il Magical Mistery Tour deve essere inteso come la Caccia”.
“Papà scrisse che Constantine non è portato alla Caccia” obiettò Dean portandosi il bicchiere alle labbra.
“Si riferisce ad un gruppo” continuò il minore “Posso essere dei mediatori, che cercano un contatto fra questo mondo e gli altri… Cinque o sei birre, ma è un alcolizzato?”
“Gli inglesi buttano giù tè e birra a pieno regime” sbottò l’altro “Alla settima pinta sono ancora sobri”.
“Lo spero, altrimenti non ci darà niente di utile” disse Sam “Cosa avrà inteso con lo scantinato in ordine?
E questa partita poker che ha incrinato i rapporti cosa sta ad indicare?
Una divergenza d’opinioni sul metodo per ripulire una zona?”
Dean scrollò le spalle e non rispose.
“Nostro padre non era stato severo nei confronti dei Constantine” insistette Sam pensoso.
“Beh… Se definirli una famiglia di truffatori, ladri, assassini, cialtroni, ubriaconi e sovversivi è stato un giudizio positivo, non oso immaginare quello negativo”.
“Diciamo che hanno vedute aperte sui rapporti fra specie diverse” azzardò Sam.
“Sì, magari avevano anche dei sodomiti contro natura nella loro stirpe!” rise sarcastico Dean “Non so perché papà abbia litigato con Constantine, non lo sapremo mai”.
Restarono in silenzio per alcuni istanti.
“Il resto è chiaro: l’hai umiliata” chiosò Sam.
“E’ arrivato l’avvocato delle donne!”
“No, è la verità” si difese il fratello “Era la sua prima esperienza, le era stata imposta; tu arrivi e fai il tuo solito spettacolo, poi non ti stupire se è rimasta delusa da questo silenzio, che io non giustifico affatto”.
“Mi ha invitato lei al banchetto”.
Una frase da misogino, Dean si pentì d’averla pronunciata.
“Tu non ti sei fatto scrupoli, però ed era vergine. Era lì perché doveva esserci, perché l’hanno obbligata a stare con un uomo, non perché lei ha scelto il momento ed il posto. È stata sua madre ad ordinarlo, no?
Sei stato al banchetto perché bene o male qualcuno quella sera avrebbe mangiato. Aggiungici la certezza d’essere stata presa in giro e forse avrai una pallida idea di cosa ha passato” lo rimproverò duramente Sam.
“Non le ho fatto del male” si difese Dean “Avrei voluto chiamarla, ma per farlo dovevo gettare un’ampolla per terra e sperare che non giungesse una delegazione di folletti a prendere il messaggio.
Non avevo il suo telefono, non sapevo dove sarebbe stata e non avevo un attimo libero per stare da solo e riflettere seriamente se farmi sentire o no!
Ho un lavoro da svolgere e se avessi potuto, le avrei parlato per telefono, le avrei scritto, ma non potevo!
Io non volevo farle del male”.
“Non volevi, ma l’hai fatto e dovresti scriverlo…”
Dean scosse la testa: “No, la situazione è un casino già così. Le darò il numero del mio cellulare, a voce sarà più semplice” sentenziò seccamente Dean.