| constatine_girl ( @ 2007-10-19 03:45:00 |
| Current location: | pub "Last punk standing" |
| Current mood: | |
| Current music: | LPS Original ST |
| Entry tags: | dean winchester, fanfiction, fantasy, frida constantine, hellblazer, nc17, supernatural |
Last Punk Standing- Non più soli
Presguiamo la nostra vivace fanfiction.
Domenica.
Motel “Pure Pleasure”. Stati Uniti. Alabama.
Ora locare: 5,55.
La suoneria del cellulare di Dean fece sobbalzare entrambi i Winchester; il suono metallico ed insistente spezzò la relativa quiete del momento.
La casetta dalle pareti pietra e legno del motel aveva l’odore acre del sudore e della birra; stava albeggiando; i pallidi colori dell’iride filtravano dalle tende rosse della stanza.
Sam accese la lampada sul proprio comodino.
“Se non finisci la lattina, allora buttala” sbottò irritato.“Mi sembra di stare in una distilleria”.
Dean non trovò una battuta adatta: era presto per le stoccate sarcastiche, ma dai modi di Sam capì che il fratello era sveglio da un po’, forse non s’era neppure addormentato.
Il maggiore prese il proprio telefono: il numero sul display era sconosciuto.
Ispirò e rispose: “Pronto?” la voce si spense in uno sbadiglio.
Dall’ altra parte udì un crepitio e poi un colpo di tosse: “Sono Frida” c’era un che di cospiratorio nel suo spiccio esordio, come se stessero confabulando per il dominio del mondo.
Il bon ton non era il suo forte.
“Io sono Dean, accanto a me, Sam sta imprecando sottovoce, maledicendo il fuso orario e chi lo ignora” la salutò, con un sorriso ironico.
Sam si passò una mano sulla fronte esasperato: “Non è vero!” urlò, perché lei lo sentisse.
“Sono mortificata, ma era il momento migliore” si giustificò Frida. “Nessuna traccia di Lester fin ora. Ho scorto un’ombra mentre rincasavo ieri eppure non era un fantasma; ne sono certa” una breve esitazione. “Ti ringrazio per il numero, per la tua pazienza… Dico seriamente”.
“Era il minimo, comunque, cambiando argomento…” iniziò sottovoce, gettando di lato le coperte.
La sua intenzione era quella di chiudersi in bagno, per chiarire cosa li legasse e come volessero che il rapporto s’evolvesse, ma l’interlocutrice era di fretta o così pareva.
“Il Demone della Fame è temuto in Africa ed in India” soggiunse Frida. “Gli Sciamani lo combattono da oltre due millenni, ma guarda caso è da vent’ anni che non ne sentono parlare”.
“Come hai avuto queste informazioni?” replicò Dean alzandosi dal letto.
“Ho alcune conoscenze al Ministero della Magia inglese” spiegò. “Ho chiesto la documentazione ieri ed oggi me l’hanno recapitata”.
“Puoi inviarla… ?” non fece in tempo a formulare la richiesta.
“No, assolutamente no!” lo zittì l’altra. “Il mio amico perderebbe il lavoro e la mia famiglia sarebbe privata della protezione… Sì, è insufficiente, ma non inutile. Puoi sapere quanto ti dico, nient’altro”.
La burocrazia magica era insostenibile, John Winchester la disprezzava apertamente, i Constantine l’avevano schivata per generazioni: era arrivata Frida a cambiare le regole.
“Da quando tuo padre ha fatto quel che ha fatto, il Demone della Fame è sparito” osservò Dean. “Pare non sia tornato sin ora”.
“Il corpo che lo ospitava sì” disse lei. “O meglio, Gary Lester è tornato”.
“L’anima non ha simbionti, Frida” la tranquillizzò. “Tieni d’occhio la situazione, magari fallo sapere al… Ministero”.
“Non posso, papà non è un esorcista registrato: è un magus”.
Il cipiglio serio della donna gli fece presumere, che non essere un esorcista registrato fosse una cosa grave.
“Tu cosa avverti?”domandò.
Lei era una creatura dei Faerie, poteva riconoscere cose che ad altri sfuggivano. Scrutava gli uomini senza essere umana.
Dean attese la risposta; Frida respirava tranquillamente, sentiva l’eco d’una cacofonia di ronfate. Si domandò dove fosse ubicato l’apparecchio e con che razza di orsi abitasse la mezzadriade, ma lei riprese a parlare.
“Dolore, paura e rabbia” sussurrò torva, eppure distaccata. “Qualcosa sta per accadere. Un’onda che investirà Londra, la posso quasi vedere: negromanzia e vendetta. La respiro, la bevo, la mangio.
È con noi al pub, ci spia, ci osserva malevola, attende l’attimo in cui le difese crolleranno, in cui la tensione nervosa sarà al culmine, per colpire.
Guardo intorno a me e vedo il pericolo avanzare”.
Lui sedette sul bordo del giaciglio del minore, che lo squadrava impaziente.
“Non farti prendere dal panico” e s’accorse di quanto assurda ed idiota fosse l’affermazione.
“A cosa servirebbe?” sospirò infatti Frida.
Dean guardò la propria immagine nello specchio: sapeva esattamente cosa doveva fare lui, ma non aveva il coraggio d’ammetterlo.
Restare a fare l’operatore del “Telefono amico” era ridicolo, passarle informazioni tramite internet pure e la caccia era il suo lavoro. Non aveva paura di uno spirito o di un diavolo, era altro a farlo tentennare, a fargli procrastinare l’inevitabile presa di posizione ed era vile, ma logico, secondo il suo punto di vista.
“Ci serve aiuto” era un suono così flebile, che dubitò lei l’avesse realmente pronunciato.
“Non posso nasconderli ad Abaton. Non questa volta” soggiunse mesta.
“Il Magical Mistery Tour vi è stato d’aiuto?” l’interrogò lui.
“Una gita fuori porta è distensiva, ma la sera eravamo qui”.
“Una gita?” ripeté Dean. “Chi la chiama così?”
“Beh… L’idea è nata da papà, insomma, saliamo sul furgone di Muppet e cerchiamo un bel posto dove pranzare” disse Frida.
Dean sorrise: una citazione, ecco cos’era il “Magical Mistery Tour” e si diede dell’ingenuo per non averlo compreso prima.
“Ho parlato di te a James” borbottò lei, impacciata.
“James è un tuo amico?”
“Ora sì, è un tizio fantastico; cura i ragazzi in difficoltà” esclamò Frida. “Sabato sono andata nella mansarda: vive lì, perché il quartiere è pieno di drogati.
Gli ho detto che questa non è la cosa più orrenda che abbia mai visto o vissuto, ma non ho la forza d’affrontarla.
Ho sempre creduto che mio padre sarebbe bastato, che non avrei voluto altro dal mondo; adesso so che non è così e mi sento colpevole.
Voglio bene a papà e ne voglio ai miei amici, a Dani, a Syder, ad Ivy… Io sono qui per loro, pensavo d’essere viva solo per loro e non è più così.
È naturale, è giusto, ma non riesco a metabolizzarlo come qualcosa di normale. Ci sei Dean?”
Il maggiore dei Winchester bisbigliò un assenso. Non ebbe la forza di dire altro, non con Sam vicino e Frida lontana. Gli sembrò che lei non stesse parlando della propria condizione, ma leggesse nella sua mente, sino a portare a galla idee che lo sfioravano raramente, quando ogni ferita sembrava aprirsi.
“Cosa gli hai detto di me?” finse d’essere divertito, ma era teso come una corda d’arpa.
“Gli ho detto che abbiamo fatto sesso” la sua voce divenne un sussurro. “All’inizio, tu per me eri un eroe perfetto, ti avevo idealizzato, perché la situazione lo richiedeva, ma adesso… Io so di non sapere chi sei, d’intuire che hai delle debolezze, dei timori, come tutti noi.
La consapevolezza che non eri un paladino mi ha dato sollievo: mi ero sentita inadatta a te. Ho iniziato a pensarti, a desiderare di… Beh… Di chiacchierare con te, come facciamo ora. Come fa la gente.”
“Sarebbe bello” mormorò Dean e si schiarì la voce. “Il resto è in regola?”
“C’è una canzone che parla di questa faccenda” riprese Frida, sbadigliò platealmente. “Io combatto ogni giorno, con i miei e da sola e deve essere così. Non ho mai avuto bisogno di qualcuno che mi prendesse fra le braccia, che mi vedesse indifesa, qualcuno che si fidasse abbastanza di me per mostrarsi debole. Avevo papà e mamma e loro dovevano proteggermi e basta.
Andava bene così.
Capita di non potercela fare da soli, malgrado la buona volontà, nonostante l’amore che si prova per chi ci vive vicino.
Io non posso farcela, non questa volta”.
Sam gli pizzicò l’avambraccio, Dean si portò l’indice alle labbra.
“Hai ragione, Frida” lui abbassò il capo, guardò il pavimento. “Martedì saremo a Londra, ti faremo sapere i particolari”.
L’altra celò un singulto: “Vi aspetterò” non c’era altro da aggiungere, le scuse ed i ringraziamenti erano ipocrisie, Frida lo sapeva, come lo sapeva Dean.
Le fu grato della sua asciutta praticità.
“Buonanotte” la salutò.
La telefonata era conclusa; doveva spiegare a Sammy perché avrebbe preso l’aereo e non poteva credere che lo stesse facendo per una donna.
Domenica.
Pub “Last punk standing”. Londra.
Ora locale: 23,30.
“E così lui mi chiede ‘Posso farmi della colla dei libri?’ ed io gli rispondo ‘Sì, amico, ma poi lascia qui le pagine’ e l’ha fatto!” la risata di Syder risuonò per il pub: dal bancone ove sorseggiava la sua meritata pinta, al tavolo a cui Frida era seduta.
Aveva lo sguardo perso nel vuoto, intento a focalizzare un punto inesistente, un neo di normalità in quel mondo bizzarro.
“Il lavoro di bibliotecario l’ha reso più estroverso” commentò una voce maschile.
Lei non si mosse: “Gli alcolici hanno fatto il resto” mormorò sarcastica.
Osservò l’interlocutore: un uomo di circa trent’anni, dai tratti marcati e gradevoli. Indossava una camicia bianca, pulita e ben stirata; i capelli castani erano corti e tutta la sua persona appariva curata ed ordinata, solo un’ombra di barba gli ombreggiava il volto. Le sorrise e Frida pensò che fosse appena uscito da uno studio dentistico.
James era cambiato completamente; le stava innanzi con una tazza di tè fra le mani e l’espressione paziente e serena di chi ha raggiunto il proprio scopo nella vita. Frida ricordava ancora il giovane scheletrico della mansarda, che trascorreva le giornate su di un materasso sfondato e si cibava di quello che i vicini gli portavano, perché lui usciva unicamente per comprare l’eroina o per rubare il denaro necessario alla dose quotidiana.
Riscoprirlo adulto e consapevole era rassicurante, come le sue maniere.
“Gli Stati Uniti ti hanno annoiata?” domandò d’un tratto James.
“Non proprio” la mezzadriade scrollò le spalle. “Ned ha trovato una donna, una persona buona, ma non c’è più posto per me… Lo so, lui non lo dirà mai e mi vorrà bene ed io pure, ma è qui la mia famiglia”.
Era la verità, così come lo era il senso di smarrimento che provava dalla notte di Beltaine e l’assurda ossessione per Dean Winchester.
“Capisco, riprenderai a studiare?” disse James, in tono frivolo. “Magari puoi tenere d’occhio Syder: Rich dice che è troppo dolce e qualcuno lo farà a pezzi”.
“Prima farà a pezzi me e sua sorella” replicò prontamente, con le dita percorse le righe sottili del ripiano. “Non ho deciso, comunque, per ora preferisco riflettere”.
Avevano parlato di cose senza importanza, poi spinta da un’irrefrenabile desiderio di confidarsi, che mai aveva avvertito così pressante, domandò: “Sei innamorato?”
James si schernì a disagio: “Se vuoi una descrizione del più feroce dei sentimenti, Frida, non sono l’uomo adatto a fornirla” rispose con amarezza. “Per uscire dalla droga ho speso tutte le mie energie e parecchi anni di spensierata giovinezza. C’è Dean dietro questo rientro in patria?
Lo sa d’avere un esercito di punk incazzati pronti a sbranarlo?”
Frida rise divertita e parlò di sé: non prendeva neanche in considerazione la prospettiva di stare senza la sua famiglia, eppure aveva voglia di conoscere Dean, per questo l’aveva chiamato, come James le aveva consigliato. Winchester le era parso disponibile e così vicino a lei, a livello emotivo da non poter sopportare una lontananza fisica.
L’aveva quasi costretto a tornare da lei.
Era fragile e la sua forza dipendeva da chi le era quasi sconosciuto.
“Sì, è pericoloso e fa male” bisbigliò James.
La ragazza si trattenne a stento: “Come lo sai?” farfugliò passandosi le mani sulle guance bagnate di lacrime.
Lui non disse altro.
“Arriverà con suo fratello”concluse la mezzadriade.
“Come ha reagito tuo padre?” domandò James, dopo un breve silenzio.
“Non lo sa… Certe notizie le do sul posto” rispose a disagio Frida.
“Buona fortuna” la canzonò.
“Stiamo parlando di un uomo in gamba, saprà riconoscere gli alleati” obiettò lei.
“Ti riferisci alla storia di Lester?” fece annoiato James. “Io non ho mai condiviso la vostra passione per l’occulto”.
“Non è passione, è necessità”.
“Siamo già a questo punto?” s’intromise Syder, sedendosi fra i due. “Passione, necessità; amore, dovere”.
“Il tuo entusiasmo mi preoccupa” ribatté Frida. “Fra un po’ ti salterà l’elastico delle mutande”.
“Ti piacerebbe, eh?” la provocò il ragazzo.
Frida gli lanciò un’occhiata severa.
“Il Tour è stato bello” sviò il discorso James.
“Lo è sempre, mi piace stare con i ragazzi” disse Frida.
“Pigiati in un furgone che sa di muffa: il mio ideale di felicità” replicò Syder.
“Il solito sofisticato” Frida gli diede un colpo leggero alla base del collo. “Ascolta, Martedì dovrebbero approdare in Europa, anzi, proprio nella sfavillante terra della Regina Elisabetta II, due miei amici; Chas ci accompagnerà e ti sarei grato se trovassi loro un posto dove stare”.
La risposta fu quella che Frida temeva maggiormente: “Il palazzo è grande, aggiungiamo due brande nel soggiorno di Muppet”.
Frida s’era offerta d’accompagnare Ivy a casa, non era neanche mezzanotte, ma non le andava che la ragazzina fosse da sola, in particolare con un fantasma arrabbiato nei pressi della palazzina.
“Ho un brutto presentimento” disse Ivy, soffocando uno sbadiglio. “Domani andrà male il test di Geometria?”
Frida le cinse le spalle con un braccio: quello che s’era figurata era più drammatico d’un brutto voto, non lo disse ed accarezzò il gri-gri. Non poteva proteggere Ivy, si ripeté mentalmente, ma le veniva naturale toccarlo quando era agitata.
“Andrà tutto bene” disse a bassa voce.
C’era un solo tratto di strada, era breve e buio, perché i lampioni s’erano fulminati; si potevano udire le risate dei clienti del pub e nessuno aveva paura di quel centinaio di passi, almeno, non sino al ritorno di Lester.
Frida ricordava la stretta crudele di quelle braccia e la voce carica d’odio, rabbrividì e strinse Ivy.
Erano sole, non c’era un passante ubriaco od una prostituta ad aspettare contro il muro.
“Sei così tesa” disse Ivy. “Non sei contenta all’idea di rivedere i tuoi amici americani?”
La Constantine annuì e si sforzò di sorridere: stava per succedere qualcosa, ma ignorava dove fosse la minaccia ed in cosa consistesse, non era mai stata una veggente.
Cercava di tenere gli occhi ben aperti, ma era debole e ciò non aiutava la sua magia e neppure i suoi riflessi.
Non seppe dire, con precisione, quando si rese conto d’avere una fredda lama di metallo alla gola, né se fu lei ad urlare od Ivy od entrambe.
“Un amico è sacrificabile, Constantine” sibilò la voce di Gary Lester.
Frida deglutì: Ivy le era davanti, terrorizzata e non c’erano che le tenebre intorno a loro.
“Magia da quattro soldi, negromanzia da dilettanti” ringhiò. “Lascia andare lei, dannato bastardo!”
“No”.
Un istante, non poté durare più d’un minuto: il pugnale lasciò libera la gola e una figura nera la spinse a terra, per avvicinarsi ad Ivy.
Frida si rialzò e rammentò un incantesimo, che avrebbe scagliato con tutta la sua forza: “Cruc…”
La lama le entrò nella carne, nel fianco sinistro: la pelle si squarciò, il sangue scivolò sulle gambe, imbrattò la maglietta, insudiciò le sue mani.
Lo sguardo s’appannò e l’eco delle suppliche di Ivy divennero sempre più lontane.
Frida s’accasciò sul marciapiede; dal pub stavano uscendo tutti.
“Ivy…” sussurrò prima di perdere conoscenza.
Motel “Pure Pleasure”. Stati Uniti. Alabama.
Ora locare: 5,55.
La suoneria del cellulare di Dean fece sobbalzare entrambi i Winchester; il suono metallico ed insistente spezzò la relativa quiete del momento.
La casetta dalle pareti pietra e legno del motel aveva l’odore acre del sudore e della birra; stava albeggiando; i pallidi colori dell’iride filtravano dalle tende rosse della stanza.
Sam accese la lampada sul proprio comodino.
“Se non finisci la lattina, allora buttala” sbottò irritato.“Mi sembra di stare in una distilleria”.
Dean non trovò una battuta adatta: era presto per le stoccate sarcastiche, ma dai modi di Sam capì che il fratello era sveglio da un po’, forse non s’era neppure addormentato.
Il maggiore prese il proprio telefono: il numero sul display era sconosciuto.
Ispirò e rispose: “Pronto?” la voce si spense in uno sbadiglio.
Dall’ altra parte udì un crepitio e poi un colpo di tosse: “Sono Frida” c’era un che di cospiratorio nel suo spiccio esordio, come se stessero confabulando per il dominio del mondo.
Il bon ton non era il suo forte.
“Io sono Dean, accanto a me, Sam sta imprecando sottovoce, maledicendo il fuso orario e chi lo ignora” la salutò, con un sorriso ironico.
Sam si passò una mano sulla fronte esasperato: “Non è vero!” urlò, perché lei lo sentisse.
“Sono mortificata, ma era il momento migliore” si giustificò Frida. “Nessuna traccia di Lester fin ora. Ho scorto un’ombra mentre rincasavo ieri eppure non era un fantasma; ne sono certa” una breve esitazione. “Ti ringrazio per il numero, per la tua pazienza… Dico seriamente”.
“Era il minimo, comunque, cambiando argomento…” iniziò sottovoce, gettando di lato le coperte.
La sua intenzione era quella di chiudersi in bagno, per chiarire cosa li legasse e come volessero che il rapporto s’evolvesse, ma l’interlocutrice era di fretta o così pareva.
“Il Demone della Fame è temuto in Africa ed in India” soggiunse Frida. “Gli Sciamani lo combattono da oltre due millenni, ma guarda caso è da vent’ anni che non ne sentono parlare”.
“Come hai avuto queste informazioni?” replicò Dean alzandosi dal letto.
“Ho alcune conoscenze al Ministero della Magia inglese” spiegò. “Ho chiesto la documentazione ieri ed oggi me l’hanno recapitata”.
“Puoi inviarla… ?” non fece in tempo a formulare la richiesta.
“No, assolutamente no!” lo zittì l’altra. “Il mio amico perderebbe il lavoro e la mia famiglia sarebbe privata della protezione… Sì, è insufficiente, ma non inutile. Puoi sapere quanto ti dico, nient’altro”.
La burocrazia magica era insostenibile, John Winchester la disprezzava apertamente, i Constantine l’avevano schivata per generazioni: era arrivata Frida a cambiare le regole.
“Da quando tuo padre ha fatto quel che ha fatto, il Demone della Fame è sparito” osservò Dean. “Pare non sia tornato sin ora”.
“Il corpo che lo ospitava sì” disse lei. “O meglio, Gary Lester è tornato”.
“L’anima non ha simbionti, Frida” la tranquillizzò. “Tieni d’occhio la situazione, magari fallo sapere al… Ministero”.
“Non posso, papà non è un esorcista registrato: è un magus”.
Il cipiglio serio della donna gli fece presumere, che non essere un esorcista registrato fosse una cosa grave.
“Tu cosa avverti?”domandò.
Lei era una creatura dei Faerie, poteva riconoscere cose che ad altri sfuggivano. Scrutava gli uomini senza essere umana.
Dean attese la risposta; Frida respirava tranquillamente, sentiva l’eco d’una cacofonia di ronfate. Si domandò dove fosse ubicato l’apparecchio e con che razza di orsi abitasse la mezzadriade, ma lei riprese a parlare.
“Dolore, paura e rabbia” sussurrò torva, eppure distaccata. “Qualcosa sta per accadere. Un’onda che investirà Londra, la posso quasi vedere: negromanzia e vendetta. La respiro, la bevo, la mangio.
È con noi al pub, ci spia, ci osserva malevola, attende l’attimo in cui le difese crolleranno, in cui la tensione nervosa sarà al culmine, per colpire.
Guardo intorno a me e vedo il pericolo avanzare”.
Lui sedette sul bordo del giaciglio del minore, che lo squadrava impaziente.
“Non farti prendere dal panico” e s’accorse di quanto assurda ed idiota fosse l’affermazione.
“A cosa servirebbe?” sospirò infatti Frida.
Dean guardò la propria immagine nello specchio: sapeva esattamente cosa doveva fare lui, ma non aveva il coraggio d’ammetterlo.
Restare a fare l’operatore del “Telefono amico” era ridicolo, passarle informazioni tramite internet pure e la caccia era il suo lavoro. Non aveva paura di uno spirito o di un diavolo, era altro a farlo tentennare, a fargli procrastinare l’inevitabile presa di posizione ed era vile, ma logico, secondo il suo punto di vista.
“Ci serve aiuto” era un suono così flebile, che dubitò lei l’avesse realmente pronunciato.
“Non posso nasconderli ad Abaton. Non questa volta” soggiunse mesta.
“Il Magical Mistery Tour vi è stato d’aiuto?” l’interrogò lui.
“Una gita fuori porta è distensiva, ma la sera eravamo qui”.
“Una gita?” ripeté Dean. “Chi la chiama così?”
“Beh… L’idea è nata da papà, insomma, saliamo sul furgone di Muppet e cerchiamo un bel posto dove pranzare” disse Frida.
Dean sorrise: una citazione, ecco cos’era il “Magical Mistery Tour” e si diede dell’ingenuo per non averlo compreso prima.
“Ho parlato di te a James” borbottò lei, impacciata.
“James è un tuo amico?”
“Ora sì, è un tizio fantastico; cura i ragazzi in difficoltà” esclamò Frida. “Sabato sono andata nella mansarda: vive lì, perché il quartiere è pieno di drogati.
Gli ho detto che questa non è la cosa più orrenda che abbia mai visto o vissuto, ma non ho la forza d’affrontarla.
Ho sempre creduto che mio padre sarebbe bastato, che non avrei voluto altro dal mondo; adesso so che non è così e mi sento colpevole.
Voglio bene a papà e ne voglio ai miei amici, a Dani, a Syder, ad Ivy… Io sono qui per loro, pensavo d’essere viva solo per loro e non è più così.
È naturale, è giusto, ma non riesco a metabolizzarlo come qualcosa di normale. Ci sei Dean?”
Il maggiore dei Winchester bisbigliò un assenso. Non ebbe la forza di dire altro, non con Sam vicino e Frida lontana. Gli sembrò che lei non stesse parlando della propria condizione, ma leggesse nella sua mente, sino a portare a galla idee che lo sfioravano raramente, quando ogni ferita sembrava aprirsi.
“Cosa gli hai detto di me?” finse d’essere divertito, ma era teso come una corda d’arpa.
“Gli ho detto che abbiamo fatto sesso” la sua voce divenne un sussurro. “All’inizio, tu per me eri un eroe perfetto, ti avevo idealizzato, perché la situazione lo richiedeva, ma adesso… Io so di non sapere chi sei, d’intuire che hai delle debolezze, dei timori, come tutti noi.
La consapevolezza che non eri un paladino mi ha dato sollievo: mi ero sentita inadatta a te. Ho iniziato a pensarti, a desiderare di… Beh… Di chiacchierare con te, come facciamo ora. Come fa la gente.”
“Sarebbe bello” mormorò Dean e si schiarì la voce. “Il resto è in regola?”
“C’è una canzone che parla di questa faccenda” riprese Frida, sbadigliò platealmente. “Io combatto ogni giorno, con i miei e da sola e deve essere così. Non ho mai avuto bisogno di qualcuno che mi prendesse fra le braccia, che mi vedesse indifesa, qualcuno che si fidasse abbastanza di me per mostrarsi debole. Avevo papà e mamma e loro dovevano proteggermi e basta.
Andava bene così.
Capita di non potercela fare da soli, malgrado la buona volontà, nonostante l’amore che si prova per chi ci vive vicino.
Io non posso farcela, non questa volta”.
Sam gli pizzicò l’avambraccio, Dean si portò l’indice alle labbra.
“Hai ragione, Frida” lui abbassò il capo, guardò il pavimento. “Martedì saremo a Londra, ti faremo sapere i particolari”.
L’altra celò un singulto: “Vi aspetterò” non c’era altro da aggiungere, le scuse ed i ringraziamenti erano ipocrisie, Frida lo sapeva, come lo sapeva Dean.
Le fu grato della sua asciutta praticità.
“Buonanotte” la salutò.
La telefonata era conclusa; doveva spiegare a Sammy perché avrebbe preso l’aereo e non poteva credere che lo stesse facendo per una donna.
Domenica.
Pub “Last punk standing”. Londra.
Ora locale: 23,30.
“E così lui mi chiede ‘Posso farmi della colla dei libri?’ ed io gli rispondo ‘Sì, amico, ma poi lascia qui le pagine’ e l’ha fatto!” la risata di Syder risuonò per il pub: dal bancone ove sorseggiava la sua meritata pinta, al tavolo a cui Frida era seduta.
Aveva lo sguardo perso nel vuoto, intento a focalizzare un punto inesistente, un neo di normalità in quel mondo bizzarro.
“Il lavoro di bibliotecario l’ha reso più estroverso” commentò una voce maschile.
Lei non si mosse: “Gli alcolici hanno fatto il resto” mormorò sarcastica.
Osservò l’interlocutore: un uomo di circa trent’anni, dai tratti marcati e gradevoli. Indossava una camicia bianca, pulita e ben stirata; i capelli castani erano corti e tutta la sua persona appariva curata ed ordinata, solo un’ombra di barba gli ombreggiava il volto. Le sorrise e Frida pensò che fosse appena uscito da uno studio dentistico.
James era cambiato completamente; le stava innanzi con una tazza di tè fra le mani e l’espressione paziente e serena di chi ha raggiunto il proprio scopo nella vita. Frida ricordava ancora il giovane scheletrico della mansarda, che trascorreva le giornate su di un materasso sfondato e si cibava di quello che i vicini gli portavano, perché lui usciva unicamente per comprare l’eroina o per rubare il denaro necessario alla dose quotidiana.
Riscoprirlo adulto e consapevole era rassicurante, come le sue maniere.
“Gli Stati Uniti ti hanno annoiata?” domandò d’un tratto James.
“Non proprio” la mezzadriade scrollò le spalle. “Ned ha trovato una donna, una persona buona, ma non c’è più posto per me… Lo so, lui non lo dirà mai e mi vorrà bene ed io pure, ma è qui la mia famiglia”.
Era la verità, così come lo era il senso di smarrimento che provava dalla notte di Beltaine e l’assurda ossessione per Dean Winchester.
“Capisco, riprenderai a studiare?” disse James, in tono frivolo. “Magari puoi tenere d’occhio Syder: Rich dice che è troppo dolce e qualcuno lo farà a pezzi”.
“Prima farà a pezzi me e sua sorella” replicò prontamente, con le dita percorse le righe sottili del ripiano. “Non ho deciso, comunque, per ora preferisco riflettere”.
Avevano parlato di cose senza importanza, poi spinta da un’irrefrenabile desiderio di confidarsi, che mai aveva avvertito così pressante, domandò: “Sei innamorato?”
James si schernì a disagio: “Se vuoi una descrizione del più feroce dei sentimenti, Frida, non sono l’uomo adatto a fornirla” rispose con amarezza. “Per uscire dalla droga ho speso tutte le mie energie e parecchi anni di spensierata giovinezza. C’è Dean dietro questo rientro in patria?
Lo sa d’avere un esercito di punk incazzati pronti a sbranarlo?”
Frida rise divertita e parlò di sé: non prendeva neanche in considerazione la prospettiva di stare senza la sua famiglia, eppure aveva voglia di conoscere Dean, per questo l’aveva chiamato, come James le aveva consigliato. Winchester le era parso disponibile e così vicino a lei, a livello emotivo da non poter sopportare una lontananza fisica.
L’aveva quasi costretto a tornare da lei.
Era fragile e la sua forza dipendeva da chi le era quasi sconosciuto.
“Sì, è pericoloso e fa male” bisbigliò James.
La ragazza si trattenne a stento: “Come lo sai?” farfugliò passandosi le mani sulle guance bagnate di lacrime.
Lui non disse altro.
“Arriverà con suo fratello”concluse la mezzadriade.
“Come ha reagito tuo padre?” domandò James, dopo un breve silenzio.
“Non lo sa… Certe notizie le do sul posto” rispose a disagio Frida.
“Buona fortuna” la canzonò.
“Stiamo parlando di un uomo in gamba, saprà riconoscere gli alleati” obiettò lei.
“Ti riferisci alla storia di Lester?” fece annoiato James. “Io non ho mai condiviso la vostra passione per l’occulto”.
“Non è passione, è necessità”.
“Siamo già a questo punto?” s’intromise Syder, sedendosi fra i due. “Passione, necessità; amore, dovere”.
“Il tuo entusiasmo mi preoccupa” ribatté Frida. “Fra un po’ ti salterà l’elastico delle mutande”.
“Ti piacerebbe, eh?” la provocò il ragazzo.
Frida gli lanciò un’occhiata severa.
“Il Tour è stato bello” sviò il discorso James.
“Lo è sempre, mi piace stare con i ragazzi” disse Frida.
“Pigiati in un furgone che sa di muffa: il mio ideale di felicità” replicò Syder.
“Il solito sofisticato” Frida gli diede un colpo leggero alla base del collo. “Ascolta, Martedì dovrebbero approdare in Europa, anzi, proprio nella sfavillante terra della Regina Elisabetta II, due miei amici; Chas ci accompagnerà e ti sarei grato se trovassi loro un posto dove stare”.
La risposta fu quella che Frida temeva maggiormente: “Il palazzo è grande, aggiungiamo due brande nel soggiorno di Muppet”.
Frida s’era offerta d’accompagnare Ivy a casa, non era neanche mezzanotte, ma non le andava che la ragazzina fosse da sola, in particolare con un fantasma arrabbiato nei pressi della palazzina.
“Ho un brutto presentimento” disse Ivy, soffocando uno sbadiglio. “Domani andrà male il test di Geometria?”
Frida le cinse le spalle con un braccio: quello che s’era figurata era più drammatico d’un brutto voto, non lo disse ed accarezzò il gri-gri. Non poteva proteggere Ivy, si ripeté mentalmente, ma le veniva naturale toccarlo quando era agitata.
“Andrà tutto bene” disse a bassa voce.
C’era un solo tratto di strada, era breve e buio, perché i lampioni s’erano fulminati; si potevano udire le risate dei clienti del pub e nessuno aveva paura di quel centinaio di passi, almeno, non sino al ritorno di Lester.
Frida ricordava la stretta crudele di quelle braccia e la voce carica d’odio, rabbrividì e strinse Ivy.
Erano sole, non c’era un passante ubriaco od una prostituta ad aspettare contro il muro.
“Sei così tesa” disse Ivy. “Non sei contenta all’idea di rivedere i tuoi amici americani?”
La Constantine annuì e si sforzò di sorridere: stava per succedere qualcosa, ma ignorava dove fosse la minaccia ed in cosa consistesse, non era mai stata una veggente.
Cercava di tenere gli occhi ben aperti, ma era debole e ciò non aiutava la sua magia e neppure i suoi riflessi.
Non seppe dire, con precisione, quando si rese conto d’avere una fredda lama di metallo alla gola, né se fu lei ad urlare od Ivy od entrambe.
“Un amico è sacrificabile, Constantine” sibilò la voce di Gary Lester.
Frida deglutì: Ivy le era davanti, terrorizzata e non c’erano che le tenebre intorno a loro.
“Magia da quattro soldi, negromanzia da dilettanti” ringhiò. “Lascia andare lei, dannato bastardo!”
“No”.
Un istante, non poté durare più d’un minuto: il pugnale lasciò libera la gola e una figura nera la spinse a terra, per avvicinarsi ad Ivy.
Frida si rialzò e rammentò un incantesimo, che avrebbe scagliato con tutta la sua forza: “Cruc…”
La lama le entrò nella carne, nel fianco sinistro: la pelle si squarciò, il sangue scivolò sulle gambe, imbrattò la maglietta, insudiciò le sue mani.
Lo sguardo s’appannò e l’eco delle suppliche di Ivy divennero sempre più lontane.
Frida s’accasciò sul marciapiede; dal pub stavano uscendo tutti.
“Ivy…” sussurrò prima di perdere conoscenza.