| constatine_girl ( @ 2007-10-20 03:35:00 |
| Current location: | pub "Last punk standing" |
| Current mood: | |
| Current music: | LPS Original ST |
Last Punk Standing- La colpa del padre
Angst... Very angst
Lunedì.
Palazzo abbandonato. Londra.
Ora locale: 4,45.
La polizia aveva raccolto la deposizione di Rich circa il “presunto” rapimento di Ivy Mae, ovviamente la versione era stata riadattata da John, così che Frida non risultasse coinvolta.
Non era saggio far sapere a degli esseri umani, che una mezzadriade era rimasta ferita, nel disperato tentativo di proteggere un’amica, con la magia. Era inutile spiegare agli scettici mortali, cosa fosse un “velo” e come esso avesse momentaneamente nascosto le due ragazze agli occhi dei loro cari, rendendole –di fatto- indifese.
Rich s’era fatto coraggio, più di quanto Constantine pensasse ne avesse ed aveva mentito, con spudorata fermezza, aveva risposto ad ogni insulsa domanda sulla condotta morale della figlia ed aveva seguito gli agenti senza battere ciglio.
Syder, in compenso, aveva telefonato a Chas e questi s’era scaraventato nei pressi del pub, con la velocità d’un razzo.
“Dove possiamo cominciare a cercarla?” aveva chiesto Syder a John.
Lui s’era acceso una sigaretta, stava facendo del suo meglio per non lasciarsi travolgere dall’angoscia e dalla rabbia, al solito, se ne era uscito con una frase da bastardo patentato.
“All’ Inferno”.
“Senti, vai a fanculo” aveva ringhiato Chas dal suo taxi “Andiamo, Syder”.
Erano partiti, ma non l’avrebbero trovata e lui lo sapeva.
James era corso al Centro, per stampare alcuni volantini con la faccia di Ivy in primo piano, poi aveva preso alcuni dei suoi ragazzi, quelli abbastanza puliti da non vedere orchidee sbocciare sopra i sacchi dell’immondizia e s’era dato alla perlustrazione dei sobborghi di Londra.
John era conscio che Ivy non era più a Londra, ma non l’avrebbe detto, perché il pensiero lo turbava.
Dani era nella camera di Frida: John non era riuscito a sollevarla. Era rimasto immobile, a guardare il sangue scivolare al suolo, incapace d’agire.
Muppet l’aveva presa fra le braccia, il braccio sinistro e la testa ciondolavano come le parti d’una bambola rotta e Constantine l’aveva seguita, come se fosse ad un corteo funebre.
Era stata distesa sul letto, Dani l’aveva spogliata, in lacrime aveva tamponato la ferita e senza fermarsi un minuto, se ne era presa cura: fasciandole il fianco con bende di lino, asciugando la fronte imperlata di sudore.
Michelle, invece, era distesa sul divano, intontita dal Valium che Muppet aveva versato nella tisana di fiori di tiglio.
“Cosa facciamo, truffa?” esordì Muppet, raggiungendo Constantine in strada.
I suoi amici lo chiamavo “truffa” ed avevano proprio ragione: era un imbroglione, che mostrava carte di poco valore spacciandole per assi. Quello che combinava, nel migliore dei casi, finiva con un solo cadavere innocente, nel peggiore… Una bambina finiva a servire un demone.
Era sempre stato così, sin dal giorno in cui era nato: aveva ucciso il suo gemello per venire alla luce, aveva causato la morte di sua madre e l’aveva fatto per essere più forte, ma non il migliore.
Teneva gli occhi sulla pozza scura lasciata dalla figlia e si domandava quanto fosse pronto ad affrontare una situazione simile. S’ accorse di non esserlo ed era un bene: l’improvvisazione era il suo forte.
“Dobbiamo trovare Gary Lester e farci ridare Ivy”disse allora “Non mi interessa dove si sia ficcato quel tossico senza spina dorsale.
Ora, però, bisogna curare Frida. Non esiste un dannato ospedale per quelle come lei”.
“Chiamerai Peter della Foresta?”
L’avrebbe fatto volentieri, perché il re dei lupini avrebbe permesso a Susan di lasciare Abaton per guarire Frida, ma era stato maledetto anche dai Faerie.
“Un giorno cercherai Abaton, John Constantine, ma non la troverai”.
Questo aveva ringhiato quel simpatico ammasso di foglie ed arrivato quel fottuto giorno!
“Non posso” rispose con la calma che non provava.
“Dani è preoccupata: la bambina ha la febbre e delira” Muppet chiamava “bambina” qualsiasi femmina avesse meno di settantacinque anni.
Il suo tono era teso, torvo: “Devi fare qualcosa”.
“Non sono Mago Merlino, va bene?” gridò John “Non ho il tocco guaritore dei putti di Nostro Signore: ho due mani e con una reggo la Silk Cut.
Mia figlia sta crepando come una cagna idrofoba e la mia figlioccia è l’ostaggio d’un disgraziato che ho spedito nello scantinato con il Demone della Fame dentro le viscere, lo capisci?
Sono io il fulcro della storia… Sono stanco d’esserlo. I casini non li vado a cercare da un pezzo, mi cadono fra le palle, perché lassù qualcuno mi ha preso per Will il Coyote”.
Muppet non si scompose minimamente, era avvezzo a certi monologhi di Constantine: “Hai usato Lester per sbarazzarti di un Demone?” s’era limitato a sussurrare atono.
“No, io me lo sono trovato nella vasca da bagno, in crisi d’astinenza” proseguì furibondo John, prendendo a gesticolare animatamente “Quel coglione era andato in Africa a fare l’esorcista: con i suoi numeri, si pagava la droga e le donne.
Un bel dì, si scontra con il designato dallo sciamano del villaggio a portare in sé il Demone della Fame e lui cosa fa?
Fa esplodere il ragazzo e cattura il dannato spirito, poi se lo porta in Inghilterra, piazza l’urna sigillata sul comodino e si lascia irretire dalla voce del Demone: lo libera.
Io mi sono fatto uno stramaledetto viaggio in Africa per capire cosa fare e sai cosa dovevo fare?
Sacrificare un povero derelitto che il Demone avrebbe consumato, sprofondando così a casa sua. L’ho fatto. Sì, l’ho fatto, cazzo!
Lester aveva messo in piedi il bordello e sono stato io a farglielo chiudere”.
“Io ti assolvo, figliolo” sbottò Muppet.
“Fottiti” replicò l’altro.
Frida era in piedi, nel luminoso corridoio d’una villetta a tre piani. Era consapevole d’essere ferita, accasciata sul proprio letto, probabilmente con un pezzo di stoffa a tamponarle l’emorragia, ma non le importava.
Era in quel posto perché doveva vedere qualcosa.
“Frida, qual buon vento?” alle sue spalle, la consueta vivacità di Morte, le strappò un sorriso. Frida si voltò e vide che indossava dei pantaloni neri ed un top del medesimo colore.
“Deve essere bello non sentire il caldo ed il freddo” commentò, incrociando le braccia sul petto “Sei qui per portarmi via?”
“No, ho saputo che stai passando un momento difficile” ribatté Morte “Iniziato prima del graffio di Lester”.
“Non si può mantenere un segreto, in questa bettola di dimensione umana” sbuffò Frida.
Morte fece spallucce: “I segreti non esistono” osservò “In via del tutto eccezionale, potrei chiedere un favore a Desiderio, ma non ne hai bisogno”.
“Attualmente, la mia libido è calata, lo ammetto” disse di rimando la mezzadriade “Ascolta, ma cosa faccio qui?
È un viaggio di Delirio oppure è necessario che sappia quanto sia linda questa casa?”
“Non lo so, sinceramente, non decido io queste cose” replicò Morte “Stai attenta, a quanto pare ti servirà in futuro o lo spero. A presto, Frida”.
“Spero non per lavoro” rise l’altra e lasciò che l’ultima degli Eterni corresse a precipizio dalle scale, per adempire al proprio dovere.
Frida attese, cominciò a pensare che la non ci fosse anima viva o morta lì e le porte era sbarrate: su quella davanti a lei era scritto, con caratteri azzurri, circondati da nuvole bianche il nome “Dean”.
Si portò una mano alle labbra: era dai Winchester, quando erano una famiglia normale (qualsiasi cosa significasse quel termine).
“Ora, Sammy deve riposare, amore mio” chiosò una donna avvicinandosi a lei ed ignorandola, teneva fra le braccia un neonato; era molto graziosa, con i capelli biondi ben pettinati ed un abito beige a celare i chili non ancora smaltiti della gravidanza. Un bambino la seguiva, aveva i capelli castani e lo sguardo innocente: era Dean.
“Quando giochiamo, mamma?” chiese.
Lei sorrise dolcemente: “Abbi pazienza, appena il tuo fratellino si sarà addormentato, tu ed io andremo a colorare con i pastelli che ti ha regalato papà”.
Li vide scomparire dietro ad una porta, che la signora Winchester aveva aperto e chiuso con rapidità, lanciando un’occhiata furtiva al corridoio, c’era angoscia nel suo sguardo, quasi temesse che qualcuno fosse nei paraggi e minacciasse i bimbi.
Era un fatto bizzarro, i Winchester non erano una stirpe di Cacciatori, cosa la spaventava?
Frida sbatté le palpebre: era altrove.
Era in una camera buia, scorgeva pile di libri sul pavimento impolverato e fogli di carta sparsi ovunque; la mobilia era spartana: un tavolo, una sedia ed un letto; c’erano quattro candele nere, sistemate nei punto cardinali ed un porta dischiusa che dava sul bagno.
S’accostò al tavolo e notò il disegno di un’enorme mosca dagli occhi rossi, il tratto era nervoso, quasi stilizzato, accanto c’era il ritratto di un viso femminile.
“Lucifero, splendente Stella del Mattino,
Perfetto principe della Luce;
Daniel, suprema Tenebra,
Spietato guerriero;
Belial, che doni il Potere;
Io vi invoco, o sovrani degli Inferi!”
Una voce maschile e gutturale proveniva dal altro locale.
La ragazza storse il naso: “Di tutti i posti per un rito, lo fai al cesso?”domandò scandalizzata, come se evocare i Primi Tre dei Caduti fosse una banalità.
“Con la vostra forza infernale,
Io sconfiggerò il mio nemico mortale” proseguì la litania.
“Bravo, fai il gioco delle rime” ridacchiò sarcastica la giovane.
“Riporta alla Terra,
Ciò che il dannato tolse,
Con fiumi di sangue ripagherò il dono;
Nella mia vendetta, il reo chiederà perdono”.
Seguì un attimo di silenzio, il bagliore tenue delle candele fu spento da una folata di vento.
“Voglio che paghino” urlò lo sconosciuto “La loro sofferenza non deve cessare e non avranno più dignità alla fine, ma da vigliacchi mi chiederanno la vita. Dannati, nella vita e nella morte, dannati Constantine!”
Frida indietreggiò: “Ci ha maledetti” sussurrò spaventata “O Signore del Cielo, Signora della Terra, proteggi la mia famiglia!” pregò con fervore.
Era tardi.
Fu trasportata nel cerchio di pietre di Abaton, nel Tempio dove aveva conosciuto Dean, era notte e Winchester non c’era, ma Frida non era sola.
Un anziano signore, dal viso magro e rugoso la scrutava con attenzione; un tempo era stato privato d’un braccio e della donna che amava, era stato ucciso da un pazzo ed il suo animo era finito alla mercé del Diavolo e costretto a mentire per salvare suo figlio: John Constantine.
“Nonno!” esultò Frida e non azzardò abbracciarlo: era impossibile toccare uno spirito della Città D’Argento.
“Mia cara” disse Thomas Constantine “Cosa hai visto?”
“La signora Winchester ed un pazzo che malediceva il nostro nome… In realtà, quel tizio l’ho solo ascoltato e non sono andata a vederlo”.
“Siamo stati dannati tante di quelle volte e da così tante persone, che persino Giuda ci invidia” la rassicurò il vecchio “Tu penserai che queste visioni non abbiano un legame ed un significato, ma capirai che non è così: dovrai riflettere, solo così salverai chi ami”.
“Ivy? Come sta Ivy?” chiese ansiosa Frida.
“Non è morta. Non abbassare mai la guardia” l’ammonì Thomas.
Lei annuì.
“Un’ultima cosa” soggiunse Constantine “Di tutti i bravi ragazzi che ci sono, perché proprio un americano ti sei scelta?”
“E’ una mia impressione o hai una mano nel fianco di mia figlia?” John Constantine era appoggiato allo stipite della porta, aveva la sigaretta fra le labbra ed in mano una bottiglia di birra.
“L’imene era altrove”fece di rimando il dottor Thomas Lucas Moro.
“Era?” ripeté John.
Thomas Lucas si voltò e gli sorrise, giusto per non perdersi il dito medio alzato del suo amico. Moro era quel tipo di medico che curava indistintamente esseri umani, Incubus, Silfidi ed ibridi vari. Usava la magia, i coltelli da cucina e gli unguenti più rari. Era un uomo di circa quaranta anni, con i capelli neri appena ingrigiti sulle tempie e gli occhi scuri e tristi.
John l’aveva fatto chiamare da Bronwen, il vecchio pipistrello di Frida, che viveva da dieci anni nell’armadio di casa e riusciva a sfuggire alla caccia di Bastard.
Bronwen aveva condotto Moro da Constantine, non era neppure spuntata l’alba. Chas e Syder erano ancora alla ricerca di Ivy Mae.
Danita faceva del suo meglio per tollerare i modi bruschi di Thomas Lucas, anche perché sapeva che non aveva scelta: senza di lui, Frida sarebbe morta.
Moro si pulì le mani in uno straccio già zuppo di sangue: “Il fegato non ha subito danni” sentenziò.
“Per capirlo è stato costretto a tastarlo?” lo sfidò Dani.
Lui non la degnò d’uno sguardo: “No, ho la vista a raggi X come Superman”ringhiò “La perdita ematica l’ha indebolita e nessuno qui può offrirsi eroicamente. Vi lascio dei tonici, da somministrarle ogni quattro ore” mise delle bottigliette sul comodino estratte dalla classica valigetta nera.
“Verrò a medicare la ferita, a cambiare la fasciatura ed a fornirvi altri farmaci stasera” aggiunse sbrigativo: “Se dovesse svegliarsi, non fatela agitare: è meglio con muova la parte sinistra”.
“Hai capito perché abbiamo il pipistrello, Dani?” disse a quel punto John “Perché ci porta Cagliostro”.
“Sei un bastardo” ringhiò il medico “Curo lei, ma a te non soffierei neanche il naso”.
“Sì, ti stimo anche io” sbottò Constantine “Ora torna dalla Regina di Cuori e dal Cappellaio Matto”.
Moro s’avviò all’uscita, sbatté la porta, per dare un po’ di teatralità al tutto.
Syder rincasò esausto, ma non volle mangiare, sorseggiò per mera cortesia la tazza di tè che Dani aveva preparato. Ivy era sparita, suo padre alla stazione di polizia era intenzionato a sporgere denuncia, ma i garanti dell’ordine lo esortavano ad aspettare, perché poteva essere una bravata.
“Ci considerano spazzatura” disse Syder, scivolando sul pavimento dell’entrata“Ivy Mae è andata a fare la prostituta, a nessuno importa di lei. A nessuno importa di noi!”
“Non è vero” obbiettò Muppet “A noi importa della bambina, la cercheremo sino a quando non salterà fuori e chi l’ha portata via, la pagherà.
Ci considerano immondizia, è vero, perché non siamo come ci vorrebbero: incasellati nel sistema, ipnotizzati dalla TV, ingannati dai giornali e non lo siamo. Sai cosa ti dico?
Sono loro la vera schifezza di questo paese”.
Syder sospirò affranto.
“Frida sta meglio, prima vaneggiava un po’… Parlava di sua madre, del nonno. È arrivato quel tipo che la rimette a nuovo e le ha dato delle poltiglie color sabbia da bere, Dani ha il suo bel da fare. Tua madre è ancora addormentata” Muppet gli sorrise, mettendosi al suo fianco, era certo di rassicurarlo e Syder apprezzò il gesto.
“Non avrai esagerato con il Valium?” chiese poi accigliato il ragazzo.
“No, pensa che non le fatto bere alcolici!”
“Ti ringrazio” disse Syder ed era ironico, poi lo fissò “Grazie” e questa volta era serio.
La suoneria del telefono era stranamente roca, sembrava l’attacco di tosse di un vecchio, i due sobbalzarono e guardarono l’apparecchio con timore.
Poteva significare che la ragazza era stata trovata viva o morta. Poteva essere Ivy che supplicava d’essere liberata. Potevano essere gli assistenti sociali.
Il più giovane vinse la paura e sollevò la cornetta: “Chi parla?”.
Dean Winchester trattenne un sospiro: il famigerato bon ton inglese, la compostezza britannica erano andati a farsi un giro, pensò.
“Il mio nome è Dean” era sempre saggio sorvolare sul cognome “Potrei parlare con Frida?”
Syder prese fiato: l’altro aveva un accento americano da far invidia a John Wayne, quindi doveva essere un suo amico, magari quello di cui aveva parlato a James e che Chas aveva l’onore d’ accompagnare dall’aeroporto al pub.
“No, lei non sta affatto bene” rispose e si passò una mano fra i capelli, era a disagio nel mentire.
Dean fece un cenno a Sam, per invitarlo ad ascoltare la conversazione con lui, mise il cellulare fra loro: “Si è ammalata?”lo interrogò, tradendo una certa apprensione.
“No, è stata aggredita” ammise Syder e Muppet gli rifilò uno scappellotto.
“Aggredita?” le voci erano due.
“Chi siete?” ribatté Syder in tono duro.
“Scusa, qui c’è mio fratello Sam” spiegò Dean “Non ho segreti con lui. Chi l’ha aggredita? Perché?”
“Siete quelli che verranno Martedì?”
“Sì” affermò Sam “Tu sei amico di Frida?”
“Da quando ho cinque anni” si vantò Syder “Lei ha cercato di difendere mia sorella, così è stata accoltellata, capite?
Un disgraziato s’è preso mia sorella, ha quattordici anni”.
“Mi dispiace, la state cercando?” soggiunse Dean.
“Sì e non la troviamo, la polizia non ci aiuta. Frida sta male, ma meglio… Non rischia di morire” rispose Syder.
“Arriviamo Martedì, da voi sarà l’una del pomeriggio, prendiamo un taxi” disse Sam “Una volta lì, decideremo cosa fare”.
“Cosa vorreste fare?” l’incalzò aspramente Syder “Non voglio tenere la linea occupata, sappiate che avete già un taxi: Chas Chandler vi verrà a prendere, porterà un cartello con i vostri nomi e poi starete con la nostra… La vostra amica. Per il resto ci pensiamo noi: dormirete a casa nostra e faremo del nostro meglio per essere dei buoni ospiti. Scusate, ma proprio non posso stare al telefono”.
“Frida è sveglia?” domandò Dean “Non è in coma, vero?”
“No, ma riposa e non può alzarsi. A Martedì”.
Fine del dialogo.
“Una ragazzina di quattordici anni rapita dal Demone della Fame” esclamò Sam “Dì che ha un senso”.
“No, non ha senso: questo lo rende più inquietante” replicò torvo Dean.
Palazzo abbandonato. Londra.
Ora locale: 4,45.
La polizia aveva raccolto la deposizione di Rich circa il “presunto” rapimento di Ivy Mae, ovviamente la versione era stata riadattata da John, così che Frida non risultasse coinvolta.
Non era saggio far sapere a degli esseri umani, che una mezzadriade era rimasta ferita, nel disperato tentativo di proteggere un’amica, con la magia. Era inutile spiegare agli scettici mortali, cosa fosse un “velo” e come esso avesse momentaneamente nascosto le due ragazze agli occhi dei loro cari, rendendole –di fatto- indifese.
Rich s’era fatto coraggio, più di quanto Constantine pensasse ne avesse ed aveva mentito, con spudorata fermezza, aveva risposto ad ogni insulsa domanda sulla condotta morale della figlia ed aveva seguito gli agenti senza battere ciglio.
Syder, in compenso, aveva telefonato a Chas e questi s’era scaraventato nei pressi del pub, con la velocità d’un razzo.
“Dove possiamo cominciare a cercarla?” aveva chiesto Syder a John.
Lui s’era acceso una sigaretta, stava facendo del suo meglio per non lasciarsi travolgere dall’angoscia e dalla rabbia, al solito, se ne era uscito con una frase da bastardo patentato.
“All’ Inferno”.
“Senti, vai a fanculo” aveva ringhiato Chas dal suo taxi “Andiamo, Syder”.
Erano partiti, ma non l’avrebbero trovata e lui lo sapeva.
James era corso al Centro, per stampare alcuni volantini con la faccia di Ivy in primo piano, poi aveva preso alcuni dei suoi ragazzi, quelli abbastanza puliti da non vedere orchidee sbocciare sopra i sacchi dell’immondizia e s’era dato alla perlustrazione dei sobborghi di Londra.
John era conscio che Ivy non era più a Londra, ma non l’avrebbe detto, perché il pensiero lo turbava.
Dani era nella camera di Frida: John non era riuscito a sollevarla. Era rimasto immobile, a guardare il sangue scivolare al suolo, incapace d’agire.
Muppet l’aveva presa fra le braccia, il braccio sinistro e la testa ciondolavano come le parti d’una bambola rotta e Constantine l’aveva seguita, come se fosse ad un corteo funebre.
Era stata distesa sul letto, Dani l’aveva spogliata, in lacrime aveva tamponato la ferita e senza fermarsi un minuto, se ne era presa cura: fasciandole il fianco con bende di lino, asciugando la fronte imperlata di sudore.
Michelle, invece, era distesa sul divano, intontita dal Valium che Muppet aveva versato nella tisana di fiori di tiglio.
“Cosa facciamo, truffa?” esordì Muppet, raggiungendo Constantine in strada.
I suoi amici lo chiamavo “truffa” ed avevano proprio ragione: era un imbroglione, che mostrava carte di poco valore spacciandole per assi. Quello che combinava, nel migliore dei casi, finiva con un solo cadavere innocente, nel peggiore… Una bambina finiva a servire un demone.
Era sempre stato così, sin dal giorno in cui era nato: aveva ucciso il suo gemello per venire alla luce, aveva causato la morte di sua madre e l’aveva fatto per essere più forte, ma non il migliore.
Teneva gli occhi sulla pozza scura lasciata dalla figlia e si domandava quanto fosse pronto ad affrontare una situazione simile. S’ accorse di non esserlo ed era un bene: l’improvvisazione era il suo forte.
“Dobbiamo trovare Gary Lester e farci ridare Ivy”disse allora “Non mi interessa dove si sia ficcato quel tossico senza spina dorsale.
Ora, però, bisogna curare Frida. Non esiste un dannato ospedale per quelle come lei”.
“Chiamerai Peter della Foresta?”
L’avrebbe fatto volentieri, perché il re dei lupini avrebbe permesso a Susan di lasciare Abaton per guarire Frida, ma era stato maledetto anche dai Faerie.
“Un giorno cercherai Abaton, John Constantine, ma non la troverai”.
Questo aveva ringhiato quel simpatico ammasso di foglie ed arrivato quel fottuto giorno!
“Non posso” rispose con la calma che non provava.
“Dani è preoccupata: la bambina ha la febbre e delira” Muppet chiamava “bambina” qualsiasi femmina avesse meno di settantacinque anni.
Il suo tono era teso, torvo: “Devi fare qualcosa”.
“Non sono Mago Merlino, va bene?” gridò John “Non ho il tocco guaritore dei putti di Nostro Signore: ho due mani e con una reggo la Silk Cut.
Mia figlia sta crepando come una cagna idrofoba e la mia figlioccia è l’ostaggio d’un disgraziato che ho spedito nello scantinato con il Demone della Fame dentro le viscere, lo capisci?
Sono io il fulcro della storia… Sono stanco d’esserlo. I casini non li vado a cercare da un pezzo, mi cadono fra le palle, perché lassù qualcuno mi ha preso per Will il Coyote”.
Muppet non si scompose minimamente, era avvezzo a certi monologhi di Constantine: “Hai usato Lester per sbarazzarti di un Demone?” s’era limitato a sussurrare atono.
“No, io me lo sono trovato nella vasca da bagno, in crisi d’astinenza” proseguì furibondo John, prendendo a gesticolare animatamente “Quel coglione era andato in Africa a fare l’esorcista: con i suoi numeri, si pagava la droga e le donne.
Un bel dì, si scontra con il designato dallo sciamano del villaggio a portare in sé il Demone della Fame e lui cosa fa?
Fa esplodere il ragazzo e cattura il dannato spirito, poi se lo porta in Inghilterra, piazza l’urna sigillata sul comodino e si lascia irretire dalla voce del Demone: lo libera.
Io mi sono fatto uno stramaledetto viaggio in Africa per capire cosa fare e sai cosa dovevo fare?
Sacrificare un povero derelitto che il Demone avrebbe consumato, sprofondando così a casa sua. L’ho fatto. Sì, l’ho fatto, cazzo!
Lester aveva messo in piedi il bordello e sono stato io a farglielo chiudere”.
“Io ti assolvo, figliolo” sbottò Muppet.
“Fottiti” replicò l’altro.
Frida era in piedi, nel luminoso corridoio d’una villetta a tre piani. Era consapevole d’essere ferita, accasciata sul proprio letto, probabilmente con un pezzo di stoffa a tamponarle l’emorragia, ma non le importava.
Era in quel posto perché doveva vedere qualcosa.
“Frida, qual buon vento?” alle sue spalle, la consueta vivacità di Morte, le strappò un sorriso. Frida si voltò e vide che indossava dei pantaloni neri ed un top del medesimo colore.
“Deve essere bello non sentire il caldo ed il freddo” commentò, incrociando le braccia sul petto “Sei qui per portarmi via?”
“No, ho saputo che stai passando un momento difficile” ribatté Morte “Iniziato prima del graffio di Lester”.
“Non si può mantenere un segreto, in questa bettola di dimensione umana” sbuffò Frida.
Morte fece spallucce: “I segreti non esistono” osservò “In via del tutto eccezionale, potrei chiedere un favore a Desiderio, ma non ne hai bisogno”.
“Attualmente, la mia libido è calata, lo ammetto” disse di rimando la mezzadriade “Ascolta, ma cosa faccio qui?
È un viaggio di Delirio oppure è necessario che sappia quanto sia linda questa casa?”
“Non lo so, sinceramente, non decido io queste cose” replicò Morte “Stai attenta, a quanto pare ti servirà in futuro o lo spero. A presto, Frida”.
“Spero non per lavoro” rise l’altra e lasciò che l’ultima degli Eterni corresse a precipizio dalle scale, per adempire al proprio dovere.
Frida attese, cominciò a pensare che la non ci fosse anima viva o morta lì e le porte era sbarrate: su quella davanti a lei era scritto, con caratteri azzurri, circondati da nuvole bianche il nome “Dean”.
Si portò una mano alle labbra: era dai Winchester, quando erano una famiglia normale (qualsiasi cosa significasse quel termine).
“Ora, Sammy deve riposare, amore mio” chiosò una donna avvicinandosi a lei ed ignorandola, teneva fra le braccia un neonato; era molto graziosa, con i capelli biondi ben pettinati ed un abito beige a celare i chili non ancora smaltiti della gravidanza. Un bambino la seguiva, aveva i capelli castani e lo sguardo innocente: era Dean.
“Quando giochiamo, mamma?” chiese.
Lei sorrise dolcemente: “Abbi pazienza, appena il tuo fratellino si sarà addormentato, tu ed io andremo a colorare con i pastelli che ti ha regalato papà”.
Li vide scomparire dietro ad una porta, che la signora Winchester aveva aperto e chiuso con rapidità, lanciando un’occhiata furtiva al corridoio, c’era angoscia nel suo sguardo, quasi temesse che qualcuno fosse nei paraggi e minacciasse i bimbi.
Era un fatto bizzarro, i Winchester non erano una stirpe di Cacciatori, cosa la spaventava?
Frida sbatté le palpebre: era altrove.
Era in una camera buia, scorgeva pile di libri sul pavimento impolverato e fogli di carta sparsi ovunque; la mobilia era spartana: un tavolo, una sedia ed un letto; c’erano quattro candele nere, sistemate nei punto cardinali ed un porta dischiusa che dava sul bagno.
S’accostò al tavolo e notò il disegno di un’enorme mosca dagli occhi rossi, il tratto era nervoso, quasi stilizzato, accanto c’era il ritratto di un viso femminile.
“Lucifero, splendente Stella del Mattino,
Perfetto principe della Luce;
Daniel, suprema Tenebra,
Spietato guerriero;
Belial, che doni il Potere;
Io vi invoco, o sovrani degli Inferi!”
Una voce maschile e gutturale proveniva dal altro locale.
La ragazza storse il naso: “Di tutti i posti per un rito, lo fai al cesso?”domandò scandalizzata, come se evocare i Primi Tre dei Caduti fosse una banalità.
“Con la vostra forza infernale,
Io sconfiggerò il mio nemico mortale” proseguì la litania.
“Bravo, fai il gioco delle rime” ridacchiò sarcastica la giovane.
“Riporta alla Terra,
Ciò che il dannato tolse,
Con fiumi di sangue ripagherò il dono;
Nella mia vendetta, il reo chiederà perdono”.
Seguì un attimo di silenzio, il bagliore tenue delle candele fu spento da una folata di vento.
“Voglio che paghino” urlò lo sconosciuto “La loro sofferenza non deve cessare e non avranno più dignità alla fine, ma da vigliacchi mi chiederanno la vita. Dannati, nella vita e nella morte, dannati Constantine!”
Frida indietreggiò: “Ci ha maledetti” sussurrò spaventata “O Signore del Cielo, Signora della Terra, proteggi la mia famiglia!” pregò con fervore.
Era tardi.
Fu trasportata nel cerchio di pietre di Abaton, nel Tempio dove aveva conosciuto Dean, era notte e Winchester non c’era, ma Frida non era sola.
Un anziano signore, dal viso magro e rugoso la scrutava con attenzione; un tempo era stato privato d’un braccio e della donna che amava, era stato ucciso da un pazzo ed il suo animo era finito alla mercé del Diavolo e costretto a mentire per salvare suo figlio: John Constantine.
“Nonno!” esultò Frida e non azzardò abbracciarlo: era impossibile toccare uno spirito della Città D’Argento.
“Mia cara” disse Thomas Constantine “Cosa hai visto?”
“La signora Winchester ed un pazzo che malediceva il nostro nome… In realtà, quel tizio l’ho solo ascoltato e non sono andata a vederlo”.
“Siamo stati dannati tante di quelle volte e da così tante persone, che persino Giuda ci invidia” la rassicurò il vecchio “Tu penserai che queste visioni non abbiano un legame ed un significato, ma capirai che non è così: dovrai riflettere, solo così salverai chi ami”.
“Ivy? Come sta Ivy?” chiese ansiosa Frida.
“Non è morta. Non abbassare mai la guardia” l’ammonì Thomas.
Lei annuì.
“Un’ultima cosa” soggiunse Constantine “Di tutti i bravi ragazzi che ci sono, perché proprio un americano ti sei scelta?”
“E’ una mia impressione o hai una mano nel fianco di mia figlia?” John Constantine era appoggiato allo stipite della porta, aveva la sigaretta fra le labbra ed in mano una bottiglia di birra.
“L’imene era altrove”fece di rimando il dottor Thomas Lucas Moro.
“Era?” ripeté John.
Thomas Lucas si voltò e gli sorrise, giusto per non perdersi il dito medio alzato del suo amico. Moro era quel tipo di medico che curava indistintamente esseri umani, Incubus, Silfidi ed ibridi vari. Usava la magia, i coltelli da cucina e gli unguenti più rari. Era un uomo di circa quaranta anni, con i capelli neri appena ingrigiti sulle tempie e gli occhi scuri e tristi.
John l’aveva fatto chiamare da Bronwen, il vecchio pipistrello di Frida, che viveva da dieci anni nell’armadio di casa e riusciva a sfuggire alla caccia di Bastard.
Bronwen aveva condotto Moro da Constantine, non era neppure spuntata l’alba. Chas e Syder erano ancora alla ricerca di Ivy Mae.
Danita faceva del suo meglio per tollerare i modi bruschi di Thomas Lucas, anche perché sapeva che non aveva scelta: senza di lui, Frida sarebbe morta.
Moro si pulì le mani in uno straccio già zuppo di sangue: “Il fegato non ha subito danni” sentenziò.
“Per capirlo è stato costretto a tastarlo?” lo sfidò Dani.
Lui non la degnò d’uno sguardo: “No, ho la vista a raggi X come Superman”ringhiò “La perdita ematica l’ha indebolita e nessuno qui può offrirsi eroicamente. Vi lascio dei tonici, da somministrarle ogni quattro ore” mise delle bottigliette sul comodino estratte dalla classica valigetta nera.
“Verrò a medicare la ferita, a cambiare la fasciatura ed a fornirvi altri farmaci stasera” aggiunse sbrigativo: “Se dovesse svegliarsi, non fatela agitare: è meglio con muova la parte sinistra”.
“Hai capito perché abbiamo il pipistrello, Dani?” disse a quel punto John “Perché ci porta Cagliostro”.
“Sei un bastardo” ringhiò il medico “Curo lei, ma a te non soffierei neanche il naso”.
“Sì, ti stimo anche io” sbottò Constantine “Ora torna dalla Regina di Cuori e dal Cappellaio Matto”.
Moro s’avviò all’uscita, sbatté la porta, per dare un po’ di teatralità al tutto.
Syder rincasò esausto, ma non volle mangiare, sorseggiò per mera cortesia la tazza di tè che Dani aveva preparato. Ivy era sparita, suo padre alla stazione di polizia era intenzionato a sporgere denuncia, ma i garanti dell’ordine lo esortavano ad aspettare, perché poteva essere una bravata.
“Ci considerano spazzatura” disse Syder, scivolando sul pavimento dell’entrata“Ivy Mae è andata a fare la prostituta, a nessuno importa di lei. A nessuno importa di noi!”
“Non è vero” obbiettò Muppet “A noi importa della bambina, la cercheremo sino a quando non salterà fuori e chi l’ha portata via, la pagherà.
Ci considerano immondizia, è vero, perché non siamo come ci vorrebbero: incasellati nel sistema, ipnotizzati dalla TV, ingannati dai giornali e non lo siamo. Sai cosa ti dico?
Sono loro la vera schifezza di questo paese”.
Syder sospirò affranto.
“Frida sta meglio, prima vaneggiava un po’… Parlava di sua madre, del nonno. È arrivato quel tipo che la rimette a nuovo e le ha dato delle poltiglie color sabbia da bere, Dani ha il suo bel da fare. Tua madre è ancora addormentata” Muppet gli sorrise, mettendosi al suo fianco, era certo di rassicurarlo e Syder apprezzò il gesto.
“Non avrai esagerato con il Valium?” chiese poi accigliato il ragazzo.
“No, pensa che non le fatto bere alcolici!”
“Ti ringrazio” disse Syder ed era ironico, poi lo fissò “Grazie” e questa volta era serio.
La suoneria del telefono era stranamente roca, sembrava l’attacco di tosse di un vecchio, i due sobbalzarono e guardarono l’apparecchio con timore.
Poteva significare che la ragazza era stata trovata viva o morta. Poteva essere Ivy che supplicava d’essere liberata. Potevano essere gli assistenti sociali.
Il più giovane vinse la paura e sollevò la cornetta: “Chi parla?”.
Dean Winchester trattenne un sospiro: il famigerato bon ton inglese, la compostezza britannica erano andati a farsi un giro, pensò.
“Il mio nome è Dean” era sempre saggio sorvolare sul cognome “Potrei parlare con Frida?”
Syder prese fiato: l’altro aveva un accento americano da far invidia a John Wayne, quindi doveva essere un suo amico, magari quello di cui aveva parlato a James e che Chas aveva l’onore d’ accompagnare dall’aeroporto al pub.
“No, lei non sta affatto bene” rispose e si passò una mano fra i capelli, era a disagio nel mentire.
Dean fece un cenno a Sam, per invitarlo ad ascoltare la conversazione con lui, mise il cellulare fra loro: “Si è ammalata?”lo interrogò, tradendo una certa apprensione.
“No, è stata aggredita” ammise Syder e Muppet gli rifilò uno scappellotto.
“Aggredita?” le voci erano due.
“Chi siete?” ribatté Syder in tono duro.
“Scusa, qui c’è mio fratello Sam” spiegò Dean “Non ho segreti con lui. Chi l’ha aggredita? Perché?”
“Siete quelli che verranno Martedì?”
“Sì” affermò Sam “Tu sei amico di Frida?”
“Da quando ho cinque anni” si vantò Syder “Lei ha cercato di difendere mia sorella, così è stata accoltellata, capite?
Un disgraziato s’è preso mia sorella, ha quattordici anni”.
“Mi dispiace, la state cercando?” soggiunse Dean.
“Sì e non la troviamo, la polizia non ci aiuta. Frida sta male, ma meglio… Non rischia di morire” rispose Syder.
“Arriviamo Martedì, da voi sarà l’una del pomeriggio, prendiamo un taxi” disse Sam “Una volta lì, decideremo cosa fare”.
“Cosa vorreste fare?” l’incalzò aspramente Syder “Non voglio tenere la linea occupata, sappiate che avete già un taxi: Chas Chandler vi verrà a prendere, porterà un cartello con i vostri nomi e poi starete con la nostra… La vostra amica. Per il resto ci pensiamo noi: dormirete a casa nostra e faremo del nostro meglio per essere dei buoni ospiti. Scusate, ma proprio non posso stare al telefono”.
“Frida è sveglia?” domandò Dean “Non è in coma, vero?”
“No, ma riposa e non può alzarsi. A Martedì”.
Fine del dialogo.
“Una ragazzina di quattordici anni rapita dal Demone della Fame” esclamò Sam “Dì che ha un senso”.
“No, non ha senso: questo lo rende più inquietante” replicò torvo Dean.
Lo so, ricordarsi i titoli dei capitoli è come elencare i setti nani.