constatine_girl ([info]constatine_girl) wrote,
@ 2007-10-30 21:03:00
Previous Entry  Add to memories!  Tell a Friend  Next Entry
Current location:pub "Last punk standing"
Current mood: bitchy
Current music:LPS Original ST
Entry tags:dean winchester, fanfiction, fantasy, frida constantine, hellblazer, nc17, supernatural

Last Punk Standing - Sporco indizio
L'epopea di due grandi famiglie...
Una struggente storia d'amore...
Un mistero da svelare...
Sì, insomma, pigliatevi il nuovo capitolo e non scassate oltre ^_^

“Dean e Sam, venite qui, per favore!” la scritta era in un vezzoso color rosa confetto su sfondo giallo, l’uomo che reggeva l’avviso aveva l’espressione mansueta e cordiale di un serial killer.
Era immobile, impassibile, con il viso sciupato dall’ età, indossava abiti sportivi ed i capelli castani era un po' brizzolati.
“Voglio sperare che non sia il signor Constantine” scherzò Sam, lanciando un’occhiata al fratello maggiore.
Dean deglutì, il senso di nausea e la tensione nervosa, lo rendevano taciturno; durante il volo aveva canticchiato i Metallica senza sosta, rifiutando persino il caffè. La cosa davvero preoccupante era l’indifferenza con la quale aveva scrutato la hostess, non era da lui restare serio davanti ad una bionda naturale e senza fede nuziale. L’aereo lo terrorizzava ed a ciò s’era sommato il dolore per la mancanza della sua meravigliosa auto, che in Gran Bretagna non poteva neppure circolare liberamente.
“Ti sei ripreso?” domandò Sam, affiancandolo e dandogli una pacca amichevole sulla schiena.
“Sì, ma rischi di farmi vomitare” ribatté Dean e tentò di ricomporsi: “Sarebbe stato bello fare la traversata in mare, no?
Una scelta originale”.
“Saremmo arrivati fra cinque giorni ed avremmo speso il triplo” sospirò Sam.
Entrambi fissarono il tizio che li attendeva, con la vivacità d’un becchino e s’accostarono, scansando quel centinaio di passeggeri, turisti e perdigiorno che andavano a spasso per il terminal.
Lo sconosciuto mosse appena le labbra sottili: “Dean e Sam?” aveva la voce rauca e profonda da fumatore incallito, l’accento era strettamente londinese e sembrava che ringhiasse le parole, più che pronunciarle.
“Sì, sono Sam” si presentò il più giovane, vagamente impacciato, scandendo bene le sillabe: “Lui è mio fratello Dean, è ancora provato dal viaggio”.
In risposta, ottenne una gomitata da Dean che più scioltamente aggiunse: “Sto benissimo, pronto per farmi un bel giro” e mentire lo faceva sembrare un simpatico ragazzo americano.
“Bene” disse il tizio, poggiò contro la gamba il manifesto e quando sollevò la testa, stava sorridendo: “Sono felice di conoscere gli amici della piccola Frida!” esclamò giubilante, strinse le loro mani con un vigore incredibile. S’era tramutato in un omone dalla forza d’un orso e l’indole d’un barboncino.
“Come sta?” chiese subitamente Dean.
“Un po’ debole” spiegò l’uomo sconsolato: “Questa mattina, ha fatto tutta una serie di capricci per alzarsi e sistemarsi. Ha detto che non vuole essere vista con i capelli non lavati ed i pigiami macchiati di sangue… Le donne, chi le capisce è un dio!”
“La ragazzina è stata ritrovata? Avete notizie di lei?” l’interrogò precipitosamente Sam.
“No, Ivy Mae è scomparsa. Le autorità fanno finta d’interessarsi, ma non muovono un dito; Syder ed io facciamo una ronda al mattino e poi James sta facendo pressioni presso gli assistenti sociali. I genitori sono distrutti ed io li capisco: l’ho vista nascere quella bambina!
Io ho una figlia, ho una nipote… Smuoverei mari e monti se mi venissero tolte”.
I Winchester si guardarono fra loro, ma non commentarono.
“Mi chiamo Chas Chandler, il vostro autista” disse più rilassato: “Mia moglie ed io vi avremmo presi in casa, ragazzi, ma Trish… La mia nipotina, occupa la stanza degli ospiti, per stanotte starete da Muppet, domani però vi porto da noi. È più comodo, perché avreste la macchina sempre a disposizione e poi a casa di Rich c’è un clima terribile, per Ivy Mae”.
“Grazie, è troppo gentile da parte vostra” affermò Sam: “Noi possiamo trovare qualche motel e non essere di peso a nessuno”.
“Non lo siete!” lo zittì Chas: “Ci fa piacere avere ospiti e poi non conoscete Londra. Voi non preoccupatevi di niente”.
Attesero pazientemente di recuperare i bagagli, poi seguirono Chas nel parcheggio e salirono su di un taxi giallo, senza inutili fronzoli, se non una stella dorata appesa al cruscotto.
“L’ha fatta mia figlia Geraldine, quasi venti anni fa” spiegò compiaciuto l’autista: “Trish ha scritto il cartello”.
Sam sorrise, ma non era uno ghigno di scherno, sembrava stimasse Chas e Dean si domandò se non fosse logico lasciarsi trasportare da quel clima di generosità ed altruismo, ma era preoccupato: qualcuno aveva ferito una mezzadriade e rapito una quattordicenne, qualcuno che non poteva essere il Demone della Fame.
Qualcuno che non aveva paura, animato dalla sete di vendetta, dalla disperazione e chissà da cos’altro.
Erano pulsioni più umane che diaboliche, pensò.
Londra era una bella e frenetica città, non era paragonabile alle metropoli americane, ma non gli spiacque sbirciare dal finestrino.
“Questa Frida che tipo è?” a riscuoterlo dalle riflessioni fu Sam, con un bisbiglio.
Dean fece una smorfia: “In gamba, spiritosa, carina” rispose con una nota d’indecisione nella voce: “Perché lo vuoi sapere?”
“Sono curioso” era lo sguardo a far intuire una malizia fuori luogo.
“Non è tua cognata” sibilò Dean.
Sam sorrise, in maniera innocente, come se fosse un gatto che ha mangiato il canarino.
Le strade cominciarono ad essere meno linde, i bidoni dell’immondizia traboccavano di sacchi neri e sui muri presero a comparire scritte oscene o stupide (o entrambe le cose).
Quando Chas parcheggiò davanti ad una porta scalfita dal tempo, sormontata dalla scritta “Last punk standing”, Dean fece un cenno a Sam: “Questa è la base” disse.
L’altro non era affatto entusiasta, ma s’astenne dal darlo a vedere.
Non era la Londra dei turisti e delle riviste patinate e ciò non dava alcun fastidio a Dean, mentre Sam non riusciva a trattenere il leggero disgusto che il tanfo d’urina gli provocava.
“Volete una tazza di tè, ragazzi?” propose Chas, prendendo i bagagli dei Winchester e fermandosi sul marciapiede.
“No, la ringrazio” tagliò corto Sam.
“Meglio un caffè” chiosò l’altro: “Preferiremmo, vedere Frida, se fosse possibile”.
Chas lo fissò perplesso, quindi increspò le labbra ed annuì, non parlò, ma era chiaro cosa stesse pensando ed a Dean non andava d’essere additato sin da subito come “Fidanzato della Constantine”.

Frida aveva il busto adagiato su cinque cuscini; Dani e John se ne erano privati perché lei potesse avere un margine d’autonomia; la parte sinistra le doleva e non soltanto in prossimità del taglio e restare sdraiata, in attesa di notizie, la rendeva più suscettibile di quanto già non fosse una Constantine Mezzadriade.
“Non puoi intrecciarli, Dani?” domandò la ragazza, reggendo lo specchio.
La donna le sfiorò una guancia e prese altre forcine: “Non vai ad una festa, un’acconciatura semplice non farà nascere sospetti” cinguettò vezzosa.
“Sospetti su cosa?” si stizzì Frida.
“Su quanto tenga ai tuoi amici od a uno di loro, in particolare” spiegò lei.
“Lo sa anche Bastard” sospirò allungando la mano libera verso il pelo arruffato della bestiola, riposava accanto a lei.
La porta d’entrata era stata aperta, il cigolio era stridulo e sinistro, in genere, Syder rispondeva con un fischio, ma quel giorno era con il padre alla ricerca di Ivy.
“Farfalle nello stomaco?” la provocò Dani, sistemandole la camicia da notte bianca.
“No, sono mufloni che ballano il tip tap” bisbigliò lei.
Le voci di tre uomini si sentivano distintamente, benché accavallate fra loro.
Danita uscì dalla camera di Frida e raggiunse in fretta la soglia del appartamento occupato, portava un abito da casa verde ed infradito bianchi, non aveva affatto l’aspetto della casalinga e neppure d’una punk di mezza età con problemi d’alcolismo.
I Winchester sfoderarono un sorriso di radiosa circostanza e fittizia cortesia.
Le presentazioni furono brevi, non c’era motivo di formalizzarsi e la Wright aveva modi diretti e l’accento del sud america.
“Frida sta meglio?” non poté fare a meno di chiedere Dean e Sam lo guardò, in un'altra occasione, il fratello avrebbe reagito, ma non desiderava attirare su di sé le antipatie degli ospiti e lo ignorò.
“La ferita si sta rimarginando, volete vederla?” ribatté tranquilla Dani.
“Sì” disse Dean.
“Bene” assentì l’altra: “Chas, prepari del tè per questi giovanotti?”
“Un caffè nero, grazie” la corresse il maggiore dei Winchester.
Sam preferì non muovere obiezioni.
“Faccio in un attimo” rispose Chandler, poggiando le borse in soggiorno e si diresse in cucina.
Frida era una minuta e pallida, aveva l’aria stanca, sofferente ed un po’ agitata. Era sistemata in una graziosa stanza dalle pareti bianche; l’ armadio pareva nuovo e così la piccola televisione su di un mobile color crema, c’era una libreria stracolma di libri e sulla scrivania era sistemate le custodie di CD e DVD. Constantine doveva aver fatto del suo meglio per darle ogni confort.
“Venite avanti, siete i benvenuti” la sua voce era un mormorio gentile, ma deciso.
Avanzarono, quasi straniti, c’era qualcosa di anomalo intorno a loro e quando l’ ebbero oltrepassato, avvertirono un senso di sollievo.
“Mio padre ed io abbiamo lanciato alcuni incantesimi di protezione” spiegò lei: “Sono utili, purtroppo”.
“Come va?” esordì Dean e s’accorse di quanto fosse assurda la situazione.
Dani si dileguò in fretta.
“Sono viva, fra qualche giorno potrò alzarmi. Sei Sam, vero?” soggiunse la mezzadriade e tese la mano destra.
Lui le strinse appena le dita, quella creatura era strana: poteva mostrarsi delicata ed amorevole, ma c’era qualcosa di inumano nel suo sguardo ed era qualcosa che d’innocente non aveva nulla.
Era pura e per questo pericolosa, era una valutazione assurda, ma era tutto ciò che riuscì a pensare.
“Cosa sai di me?” aggiunse Frida.
“Tutto” s’affrettò a precisare Dean.
La Constantine annuì: “Sappiate, allora che per gli umani, mia madre è morta nel 2001, in pochi sanno che è tornata una driade, fra questi ci sono i miei amici” fece un pausa di riflessione: “In effetti, io non parlo con altre persone”.
“Chi sa che sei una mezzadriade?” le si rivolse Sam.
“I miei amici”.
“Non vorrei sembrarti invadente” si scusò Sam, con un’espressione imbarazzata: “Vorrei sapere chi sono i tuoi amici”.
Frida inarcò un sopraciglio.
“Sì, mi sembri invadente” e non parlò, forse le era parsa una replica sufficientemente chiara.
“Cosa puoi dirci dell’aggressione?” proseguì Sam.
“Non è il caso d’affaticarla”.
Dean stava sbirciando dalla finestra e deliberatamente non guardò Sam. Era la prima volta che trovava seccante il suo atteggiamento, in sé sperava fosse l’ultima; non seppe spiegare perché quella frase sfuggì dalle sue labbra e se ne pentì.
“Ivy ed io siamo state avvolte da un velo” disse incurante Frida: “Avrei dovuto avvertirlo, ma come un’idiota, sono caduta in trappola. Lui voleva Ivy sin dal principio; mi ha accoltellata perché stavo per attaccarlo”.
“Era un fantasma?” chiese Dean.
“Era un essere orrido” indicò il micio, per scacciare quei ricordi dolorosi: “Lui è Bastard, la mia prima guardia del corpo; la seconda è Bronwen e riposa nella sua gabbia, in bagno: è un pipistrello”.
Sam distolse lo sguardo, perplesso.
Tacquero, mentre Dani serviva loro delle tazze fumanti e porgeva a Frida un bicchiere: “Estratto di fiori d’arancio ed etere” disse la ragazza: “Mi calma”.
“Non ne dubito” commentò Sam.
Dani se ne andò con una scusa banale.
“Io non ti sto simpatica, Sam” Frida sistemò il lenzuolo, il tono era quasi annoiato.
“Perché lo pensi?” ribatté piccato il minore dei due.
“Lo avverto”.
“Ti conosco da poco tempo, come posso dare giudizi così affrettati?” l’incalzò.
“Non è una colpa avere delle opinioni” Frida gli sorrise beffarda.
“Ti trovo strana” ammise Sam.
“Temo d’esserlo” osservò lei: “Mia madre mi consiglia di fare quello che fate voi umani, imparare ad agire, a conversare come fanno i Mortali, ma non è semplice: siete strani”.
I Winchester sorrisero nel medesimo istante, quasi sollevati, dalla crisi scongiurata.
“Non devo dare nell’occhio, eppure essere fiera dei miei natali” aggiunse fra sé e sé: “Ogni volta che apro bocca devo tenere conto di troppe regole per fare qualcosa di giusto”.
“Non hai fatto niente di sbagliato, Frida” la consolò Dean, sorseggiando un po’ di caffè.
“Ho permesso che Ivy fosse presa” abbassò lo sguardo e tacque.
“La ritroveremo, anche grazie al tuo aiuto” soggiunse lui.
“Giusto” convenne Sam: “Intanto, circondiamo le stanze con del sale: respinge gli esseri non umani”.
Frida alzò la testa: “No, papà non ama questi metodi. Lui lavora in maniera differente” esclamò.
Sam ingoiò un commento crudele.
“Una precauzione in più non può farlo arrabbiare” cercò di convincerla Dean.
“Non è proprio così” Frida li guardava stupida: “Con il sale, ad esempio, potreste tener lontani i miei nonni e forse anche Astra. Sapete, c’è anche il fantasma d’un cane, lo sentirete abbaiare spesso. Loro vegliano su di noi. L’anno scorso il Ministero della Magia inglese ha decretato l’utilizzo del sale una violenza contro gli spiriti”.
“Gary Lester non s’è risparmiato, però” s’ impuntò Sam.
“Non entrerebbe mai qui: troppi incantesimi respingenti e di protezione. Abbiamo messo croci sopra ogni porta e sono stati fatti i riti necessari a scacciare creature malvagie” spiegò Frida: “Ho avuto paura che Bastard venisse scaraventato in strada!”
“Dovreste fare dei tour guidati” rise Dean.
Frida abbozzò un ghigno sarcastico.
“Parleremo della faccenda con tuo padre” disse Sam.
“Buona fortuna” affermò Frida e sbadigliò: “Sarà furibondo, sarà esausto, almeno potrà sfogarsi su di voi”.
Sam non indugiò oltre, le raccomandò di dormire, di stare calma e s’avviò al soggiorno. Dean rimase un attimo, si voltò prima d’oltrepassare le malie dei Constantine; Frida aveva il capo sui guanciali e lo guardava.
Fu un secondo: non servì altro.

John T. Constantine aveva un sesto senso per i guai, li avvertiva ad un miglio di distanza e vi si dirigeva speditamente. Aveva cinquantaquattro anni e l’adrenalina era la sua droga, il pericolo il motore della sua vita; detestava riconoscerlo, ma il rapimento di Ivy ed il ferimento di Frida avevano spezzato una quiete che cominciava ad infastidirlo.
Il pub era deserto, la palazzina aveva l’uscio socchiuso: era accaduto qualcosa.
Non una tragedia, perché ne avrebbe sentito il tanfo, ma qualcosa d’inaspettato lo attendeva a casa. Prese fiato, aveva trascorso la mattina a barattare informazioni, ma la truffa lo eccitava.
Spalancò l’entrata, un gesto plateale.
“Lo sceriffo è in città, gente” urlò scherzoso; spense la sigaretta e la gettò sul marciapiede.
“John?” la chiamò Danita e non aveva il tono pacato di chi assiste una malata e neppure quello disperato di chi deve comunicare un lutto.
“Dì al postino d’infilarsi le mutande ed uscire” la salutò non appena la scorse nell’atrio.
“Oggi sono arrivati dei cari amici di Frida” disse la donna. S’avvicinò e gli prese la mano.
“Sono i tipi della scuola?” chiese John.
“No, ragazzi americani, sembrano conoscere la situazione” rispose lei.
“Si chiamano Dean e Sam, sono fratelli, vero?”l’interrogò accigliato lui.
Dani annuì.
“Mi serve una pacchetto di Silk Cut ed una scorta di birra o li sbatto fuori a calci in cu.lo” ringhiò oltrepassando la compagna.
I Winchester sedevano al tavolo del soggiorno, l’uno accanto all’altro, stavano consultando un computer portatile, non sembravano spietati e minacciosi nemici, eppure lui li squadrò come se lo fossero.
Il primo sembrava un mascalzone americano dal cuore d’oro, il secondo uno studente americano senza l’indirizzo d’un parrucchiere. Sollevarono la testa, quasi straniti e il più giovane abbozzò un sorriso.
Davanti a loro, s’ergeva un inglese di quasi due metri d’altezza, dal fisico ossuto e nervoso, era come se ogni fibra del suo corpo fosse pronta ad un attacco; aveva uno sguardo duro, prezzante e gelido; gli occhi azzurri risaltavano nel viso spigoloso, solcato da poche rughe e molte cicatrici sottili come graffi. Le labbra erano tese in un ghigno che non lasciava presagire nulla di buono.
Il trench era logoro e la cravatta nera aveva il nodo allentato. S’accese una sigaretta e sbuffò una nuvola azzurrognola in loro direzione.
“Winchester” sibilò con un marcato accento di Liverpool.
“Constantine” replicò Dean; s’alzò.
“Stai fermo, amico, non ho alcuna intenzione di stringervi la mano”.
“Esiste un motivo particolare?” chiese Sam.
Dean lo fronteggiava, da una parte si domandava cosa lo frenasse dal farsi rispettare e dall’altra s’accorgeva che i Constantine erano potenti magus; usavano la magia per scopi criminali, si facevano scudo degli amici, sacrificavano ogni traccia d’umanità per assaporare il gusto della vittoria.
Erano una leggenda fra i Cacciatori.
“Dalle alture della Città d’Argento, alle fondamenta degli Inferi, c’è un solo nome che fa tremare di rabbia i sette regni: Constantine” Dean non rammentava chi l’avesse detto.
“Sì, non siamo qui per tediosi cerimoniali da cavalieri della Tavola Rotonda” sentenziò con voce aspra l’uomo: “Io non approvo i vostri metodi e credo d’essere ricambiato. La vostra approvazione m’interessa quanto la riunione delle Spice Girls, so che Frida si fida di uno di voi; per lei spero sia quello intelligente. Domande?”
“Sì, parecchie” replicò Dean.
Constantine abbassò la testa, dalle narici uscì il fumo acre della Silk Cut: “Hai un amuleto carino, i tuoi genitori desideravano proteggerti” commentò.
Lui si portò una mano al petto istintivamente: “Credo sia normale” disse a disagio.
“No, è naturale. Quando vi narrerò il breve ma intenso incontro con il Demone della Fame, farò in modo che Frida ne sappia il meno possibile” non era una richiesta di discrezione, pareva più un ordine.
“Mi pare stia dormendo” convenne Dean.
John annuì, si sistemò di malagrazia su di una sedia e parlò a lungo.

Constantine rammentava quei giorni, non li aveva mai accantonati, così come ogni tanto si chiudeva in bagno e pensava ad Astra. Ci si può purgare l’anima, ma alla fine, lo sporco si riforma e lui aveva troppi cadaveri sulla coscienza.
Gary Lester era stato un suo amico, poi l’eroina l’aveva portato “oltre”; s’era allontanato da qualsiasi realtà, per vivere in una dimensione onirica. In Africa, era stato inghiottito da una magia ingestibile. S’era trovato davanti ad uno sciamano, un uomo che per preservare la propria gente, era pronto a sacrificare il più debole fra i suoi figli.
Gary aveva rapito il ragazzino, che in sé celava il Demone della Fame ed aveva fatto uscire l’entità per rinchiuderla in un’ampolla incantata.
Era un buon piano, perché sarebbe stato facile rigettarlo all’ inferno, ma Gary era il più fragile fra i figli d’Albione. La voce del Demone lo ammaliò e lui ruppe il contenitore, liberando lo spirito.
A Londra si scatenò la Fame: uomini e donne mangiavano, divoravano qualsiasi cosa viva o meno trovassero sul loro cammino e più ingurgitavano, più si debilitavano. Morivano di stenti, con le mani sporche di cibo.
Smembravano cadaveri in ospedale, uccidevano i propri simili, ingoiavano metallo, vetro e plastica ed avevano fame, e di fame perivano.
Nessuno era in grado di fermare una simile potenza; John aveva chiesto allo sciamano cosa fare.
“Sacrifica il più debole”.
Quella frase gli era entrata nell’ anima, perché quello che avrebbe fatto sarebbe stato orribile.
C’era un uomo che poteva combattere la Fame, qualcuno che aveva visto in faccia i Demoni e li aveva rispediti a casa: Papa Midnite. Constantine non sapeva chi fosse e da quanto vagasse sulla Terra, ma una parte di lui non era umana.
Midnite era un occultista, un esorcista, un negromante ed altro ancora, quindi John gli aveva portato Gary ed aveva illustrato la delicata situazione.
All’ alba, Midnite e Constantine avevano evocato il Demone e gli avevano offerto un pasto: Lester ed egli ingordo, s’era scaraventato fra quelle viscere corrose da ogni sostanza illegale esistente sul globo.
L’agonia di Gary era durata un giorno e John era rimasto a fissarlo, perché sarebbe stato troppo vigliacco scappare e fingere che d’essere un eroe. Lui non lo era, non lo sarebbe mai stato.
Sam e Dean non espressero alcun giudizio, anche perché era superfluo. Constantine, al contrario, s’alzò e scrollò le spalle.
“Bene, ora cerchiamo d’uscirne con meno caduti sul campo” e nella sua risata c’era qualcosa di triste e di cattivo allo stesso tempo.

“Johnny Boy se la sta godendo, bambina” la voce non era sconosciuta, Frida l’aveva udita altre volte e non in sogno.
Un demone la fissava, convinto di poterla ipnotizzare: aveva l’aspetto d’un uomo e vestiva in maniera impeccabile, i capelli castani pettinati, la pelle lievemente abbronzata.
Lo conosceva da anni, non ricordava il loro primo incontro, ma da quel momento, l’essere strisciava nei suoi incubi, si prendeva gioco di lei e la tormentava. Non lo sapeva neppure sua madre.
“Balthaazar, l’inferno ti va stretto?” ribatté Frida.
“No, mio tesoro, sono qui a rassicurarti” chiosò Balthaazar: “La tua protetta è in buona salute, mentre tuo padre stupisce i fratelli Winchester con la sua favella. Un grande truffatore, lo stimo. Quanto ai Mortali: sono carini, te lo concedo, scommetto che quando ti sentirai meglio li sedurrai entrambi. No, non temere, io non sono geloso”.
Frida ignorava il senso delle sue parole e ciò la infastidiva: era come se fosse stata la protagonista d’una storia che aveva scordato. Lui non la cercava per diletto, ma per un sentimenti più torbido, che lei riusciva appena ad avvertire.
“Sparisci, bestia”.
“Adorabile, come sempre. Le Constantine sono più furbe dei maschi, più abili e disposte a comprendere” aggiunse lui.
“Sai, io non capisco perché tu sia così ostinato e non m’importa, ma dato che sei qui, renditi utile” sbuffò Frida.
Balthaazar le si avvicinò: “Cosa avrò in cambio?” domandò sottovoce.
“Dipende da cosa puoi offrirmi” rispose pacata lei.
“Ho informazioni precise e posso aiutarti, posso far finire tutto in questo istante”.
Frida lo scansò. Mosse qualche passo nel nulla in cui galleggiavano.
“No, io ho un’altra richiesta” sospirò e prese coraggio: era una Constantine e l’egoismo le scorreva nel sangue: “Puoi fare in modo che abbia comunque delle informazioni?”
Balthaazar annuì.
“Perfetto, sono brava con gli enigmi” disse la giovane: “Mi segui da quando ho tredici anni, non c’è stata una volta in cui ti abbia visto nel nostro mondo, ma nei sogni ci sei sempre… Scorgo la tua sagoma anche quando faccio un incantesimo. Non so perché, non so cosa è successo ma tu sì”.
“Non vuoi saperlo, è meglio restare nell’ignoranza, che perdere ogni certezza” Balthaazar era serio. Una moneta d’argento roteava sul dorso della sua mano, partendo dall’indice e finendo sul mignolo, le falangi si muovevano lentamente e Frida fissava quella danza sinuosa e sinistra.
“Cosa dovrò offrirti io?” insistette Frida.
“Non faccio patti con i Constantine. Se davvero vorrai sapere, alla fine, vedrai ed allora, io avrò quello voglio” l’altro pareva soddisfatto: “Sino ad allora, mio tesoro, abbi cura di te”.
Frida sobbalzò, una fitta lancinante la rassicurò: era sveglia e Dani le accarezzava la fronte.
“Si sono uccisi?”scherzò la mezzadriade.
“No, ma hanno scolato otto bottiglie di birra”.
“Buon segno” sussurrò Frida.

Thomas Lucas Moro non bussò, ormai era scontato che entrasse ed uscisse dal palazzo quando lo riteneva necessario, indossava il soprabito nero ed aveva l’espressione tesa di chi ha vegliato a lungo.
“Una rimpatriata come si deve” disse John indicando il medico: “Questi sono i Winchester”.
“Maledizione” fu il saluto di Moro: “Certe famiglie dovrebbero avere il buon gusto d’estinguersi”.
“Certi dovrebbero sfruttare il silenzio” replicò Constantine.
“Scusi, ma c’è un motivo particolare per questo caloroso benvenuto?” s’intromise Dean, avvicinandosi al Thomas Lucas.
“Sì, direi di sì” fece di rimando l’altro: “Avete fatto sloggiare la mia prozia Adele dalla sua casa bruciandola: quella povera donna viveva lì da centotto anni ed i vivi non la vedevano neppure. Ecco cosa succede a sposare un americano, disse mio padre ed io gli risposi, no ecco cosa succede a fare d’ogni erba un fascio”.
“Era morta la prozia Adele?” domandò Sam.
“Sì, ma aveva il diritto di scegliere in quale dimensione stare e poi una signora così sensibile come lei… Passò intere settimane a piangere sui rottami. Sono Thomas Lucas Moro, potete anche scusarvi” aggiunse sprezzante.
Non parlò anima viva o morta.
“Sono stato alla clinica, John e non sai chi ho visitato” riprese Moro, con piglio deciso.
“Il principe Carlo?” rise Constantine.
“No, un tizio con strani sintomi: allucinazioni, ferite misteriose, inappetenza” spiegò il dottore: “I tipici segni di chi è vittima della protezione d’un gri-gri. Frida non ne possiede uno?”
“Sì, ma non è la sola” obiettò John.
“Questo è vero, ma può essere un indizio, basterebbe fare un incantesimo per capire se è opera del talismano di tua figlia, ma è debole, non reggerebbe la magia” sentenziò Moro.
“Se abbiamo a che fare con un uomo, allora, cambia scenario” disse Dean: “Se poi è stato lui a rapire Ivy, adesso non può occuparsene e lei rischia di morire”.
“Dobbiamo agire in fretta” soggiunse Sam.
Constantine spense la sigaretta in un posacenere nero: “Bisogna chiamare Doc” esclamò deciso.

Ora, sorseggiate la tisana di tiglio e preparatevi al prossimo capitolo.



Create an Account
Forgot your login or password?
Login w/ OpenID
English • Español • Deutsch • Русский…