| constatine_girl ( @ 2007-10-30 22:33:00 |
| Current location: | pub "Last punk standing" |
| Current mood: | |
| Current music: | LPS Original ST |
| Entry tags: | dean winchester, fanfiction, fantasy, frida constantine, hellblazer, nc17, supernatural |
Last Punk Standing - La triade
Un po' di Magia. Sì, è il "Guerra e Pace" delle fanfictions su SPN e "Hellblazer".
Mercoledì, Londra.
Ora locale: 4,55.
L’appartamento di Muppet era relativamente pulito ed ordinato, secondo Constantine, era stata Danita ad operare un’accurata pulizia, ma per i Winchester non era un problema. Ringraziarono i loro ospiti per la cena, ovvero della pizza recapitata a domicilio, per l’utilizzo dei servizi igienici e della linea telefonica.
Avevano trascorso la nottata tranquillamente, la gentilezza di Dani aveva cullato la spossatezza, così quando aveva proposto loro di coricarsi, non s’erano ribellati.
“Avremmo dovuto insistere per il motel” sbottò d’un tratto Dean, sistemando con inusuale cura la camicia sulla sedia: “Saremmo entrambi più liberi: qui siamo spiati, ma non perché temono che il bagno si sporchi”.
“Il padre della tua amica ci sta col fiato sul collo, per tacere del medico” sospirò Sam e lanciò un’occhiata alla stanza di Muppet, dalla cui porta sbarrata non filtrava più alcuna luce, poi aggiunse: “Come dovremmo agire?”
“John è uscito circa tre ore fa, con lui c’era Syder, suo padre ed uno sconosciuto” borbottò lui: “Ci hanno messi da parte”.
“Non mi aspettavo un altro trattamento” il sorriso di Sam era sarcastico.
“Noi abbiamo raccolto parecchie informazioni, sia sul Demone della Fame che sugli incantesimi usati da quella creatura e temo si tratti proprio d’un essere umano” ribatté deciso Dean.
“Una ragazzina è nascosta chissà dove e questa stirpe di potenti magus fa una passeggiata notturna?
Non mi convince” disse Sam.
“Papà scrisse che John era bravissimo con l’ipnosi, quasi un talento innato ed i Constantine fanno uso del pendolo da generazioni: avranno individuato Ivy e non ci hanno informato, tipicamente inglese, sai… Loro si ritengono migliori in tutto, persino nelle arti magiche”.
“Ci avranno drogati?” chiese d’un tratto Dean.
Sam rise sommessamente: “Sì, fiori d’arancio ed etere nella birra” rispose.
“Abbiamo perso del tempo prezioso” insistette il maggiore.
“Noi, ma non loro. Ascolta, questo Constantine può essere definito in tanti modi, ma non come uno sprovveduto” lo rassicurò il fratello, adagiandosi nuovamente sulla branda: “Si sarà incontrato con qualche essere o sarà riuscito a prendere Ivy. So che volevi fare bella figura con Frida, ma…”
“Ma questa te la potevi risparmiare, Sammy” sibilò Dean: “Ho già spiegato la situazione, ma a quanto pare non sono stato chiaro”.
“Era una volta e mai più?” lo provocò Sam.
“Non proprio, ma non ho l’anello di fidanzamento nella borsa: fattene una ragione”.
“Nel sonno, tutto mi sembrerà più accettabile”.
Dean lo guardò: “Tu sai che non sono nella posizione di legarmi a qualcuno. Se capissi che sta accadendo, dovrei recidere il rapporto” la sua voce era sussurro melanconico.
“Hai un’idea bizzarra dei sentimenti” replicò Sam: “Cosa ci sarebbe di male nell’ affezionarsi a quella mezzadriade?”
“Si chiama Frida e non è un cucciolo di pastore tedesco”.
Sam sbadigliò: “Ricordi per quanto tempo rifiutai di stare in compagnia dopo la morte di Jess?
Io penso tu stia facendo qualcosa di simile, non mi piace” protestò assonnato: “Non aver paura, sai perfettamente che Frida non muoverebbe un passo senza suo padre, perché lui la seguirebbe, fra l’altro. Quindi, non è un ostacolo”.
“Tu avresti lasciato Jess da sola, mentre andavamo a caccia?” non poté evitare di domandare Dean, proseguì quasi in un lamento: “Avresti preparato la borsa all’alba, le avresti dato un bacio e saresti sparito per mesi?
No, perché ne eri innamorato e desideravi condividere con lei le ore, i giorni, le settimane… La vita.
Io non posso condividere questo con nessuno. Un giorno, forse, cambierò idea e modo di vedere le cose. Chi può saperlo?
Nel frattempo, dovrei fermare Frida o chi per lei? Obbligarla ad aspettare? A sperare che qualcosa cambi?
Non sono così egoista”.
“Hai fatto male a raggiungerla, allora”.
Sam non aggiunse altro, si voltò d’un lato e s’addormentò o così volle fargli credere.
Albeggiava: un Sole opaco illuminava fiocamente il pavimento del soggiorno ed il tavolo su cui troneggiava il portatile dei Winchester ed i due cellulari.
Dean sedette sul bordo del letto, teso e scoraggiato al tempo stesso; iniziò a credere che fosse stato un errore scaraventarsi a Londra, per poi ritrarsi o per ingoiare passivamente le umiliazioni d’un branco di britannici snob, che non avevano neanche la Repubblica.
Avevano fatto un casino e si pavoneggiavano con rituali arcani che non servivano a molto, erano spettacolari fuochi d’artificio, ma l’artiglieria pesante non era nelle loro mani.
Uscì dal locale, nella speranza di produrre il minor rumore possibile, le scale erano di pietra, senza neppure una patina di marmo, il corrimano era in legno squisitamente non lucidato e quasi marcio. Sam aveva estratto sei spine dal palmo della mano sinistra.
Era una vera e propria stamberga, non era stupito che gli fosse stata negata l’abitabilità.
Si accomodò sul terzo gradino, scorgeva nella penombra il telefono nell’atrio e gli usci spalancati dei Constantine e degli Eldridge.
Sentì dei passi stentati, zoppicanti, accompagnati dal colpo secco d’un bastone. Non dovette attendere che qualche minuto, prima di trovare Frida in piedi, con la camicia da notte bianca, macchiata di liquido giallastro sul fianco sinistro ed i capelli legati sulla nuca.
Non era bella e misteriosa, come ad Abaton, la sua aura era quasi sbiadita, era una fragile nel corpo e nello spirito; era una ventenne qualsiasi.
Avvertiva la stessa attrazione, era intensa, ma diversa: non desiderava soltanto possederla o carpirne i misteri, si sarebbe limitato a sederle accanto, a chiacchierare, come lei sperava.
“Puoi alzarti?” esordì Dean, abbassando la testa.
Frida mostrò un bastone da passeggio: “Ho la stampella” disse con un sorriso soddisfatto.
“I tuoi cosa ne pensano?”
“Dani è con Michelle, mio padre è uscito”.
Rimasero in silenzio.
“Non avevi bisogno del nostro aiuto” sentenziò Dean, con asprezza.
“Lascia perdere papà: non lo dà a vedere ma è geloso. È un egocentrico, se avessi fatto il pasticcere t’avrebbe accolto in pompa magna” la rincuorò Frida: “Detestava anche il mio dottore. Basta avere pazienza, perché in genere non morde, senza motivo”.
“Non hai risposto” le fece notare il ragazzo.
“Io avevo bisogno di te” mormorò Frida: “Mi sei mancato, lo so, non dovrei dirlo ma ti voglio. Ti ho pensato ogni giorno, mi figuravo di vederti arrivare o di sentire il tuo richiamo; immaginavo di cosa avremmo parlato e poi… Arrivava la notte e tu non c’eri. Un’ altro giorno che moriva con la mia illusione.
Aspettavo che sorgesse il Sole, per sperare di nuovo e non piangevo, perché era inutile. Tu non puoi sapere il vuoto che avvertivo nell’anima, i ricordi che graffiavano il cuore.
Dean, io lo so, è stata una notte, ma non avevo mai provato un sentimento tanto intenso, avevo scordato chi ero ed esistevi solo tu.
È amore?
Non voglio avere una risposta, ma quando t’immaginavo con altre ragazze, a dir loro di fidarsi di te, quando capivo che non m’avresti chiamata, allora ero piena di rancore e se non mi avessero pugnalata, avrei rimandato a te il mio dolore”.
Dean rimase interdetto, si rese conto che lei stava asciugando il viso dalle lacrime e frenò l’istinto d’abbracciarla (con riguardo per la ferita) e consolarla: avrebbe fatto un guaio ancora più grosso.
“Se non t’avessero pugnalato, quindi, sentirei delle odiose punzecchiature di spillo?” buttarla sul ridere era la sua specialità, in fondo.
La ragazza sorrise: “No, peggio… Il mio piano non è stato perfezionato” ammise con una risata maliziosa.
“Resto in attesa?”
“No, non sono più in collera con te e forse non lo sono mai stata” sospirò affranta: “Se Ivy non fosse in pericolo…Preferirei che quel bastardo avesse rapito me” disse la mezzadriade: “Se le accadesse qualcosa, io ne porterei il peso per sempre. Non è giusto che per una colpa della mia famiglia, sia lei a pagare”.
Il giovane riuscì finalmente a sostenere il suo sguardo, mise le mani sulle ginocchia: “Non lo porterai, certamente John l’ha localizzata” esclamò rassicurante.
“No” Frida era sicura.
“Sì” Dean lo era altrettanto.
“Guarda, mio padre era diretto da un tizio strano, mentre Moro andava da un suo malato strambo” spiegò lei.
“Cosa?” si stupì lui.
“Abbiamo cercato di localizzarla con incantesimi d’ogni sorta, ma di Ivy non c’era traccia. Era inutile riprovare” ribatté Frida.
“Se il suo carceriere non ha il controllo della zona, qualsiasi scudo magico sarà crollato” osservò Winchester.
“Per la barba di Merlino!” sobbalzò la Constantine: “Non ci avevo pensato: sono stata una stupida”.
Si voltò lentamente, per rientrare in casa.
“Non hai la forza di praticare la magia” disse Dean.
“Non da sola, vai a svegliare Sam” gli ordinò in tono pratico.
Era stata una notte senza stelle, c’erano state nubi in cielo, l’idea di Constantine era pericolosa, per questo Rich aveva chiesto a Syder di restare a casa.
“Devi pensare alla mamma” aveva detto l’uomo, con voce strozzata, perché era da troppo tempo che parlava senza essere ascoltato: “Se ci fossero imprevisti, dovrai occuparti di lei…”
“E di Ivy” aveva aggiunto John.
Rich l’aveva guardato riconoscente: i suoi amici erano sempre pronti a vedere il buono che c’era nella sua anima lercia.
“No, non riesco a restare, papà” il tono di Syder era quasi indignato. Non era più un ragazzino impaurito, ma un giovane uomo arrabbiato.
Erano stati raggiunti dal loro “contatto”: un tizio che pareva il fratello scemo di Tommy Lee Jones in “Men in Black”.
Aveva parcheggiato la sua macchina nera davanti al pub e s’era diretto verso la palazzina, dove era atteso.
“Conoscete coloro che cercate?” aveva sussurrato in tono cospiratorio, sporgendosi appena verso Constantine.
“Amico, non abbiamo tempo per le caz.zate” era sbottato John, rimirando la brace rossastra della sigaretta fra le dita: “Sei disposto a traghettarci?”
“Non ci fidiamo di te, Constantine” aveva obiettato lo sconosciuto.
“Sai che novità!” il magus gli aveva riso in faccia: “Il sentimento è ampiamente ricambiato”.
“Lo sappiamo, dato che avete teso la mano agli stranieri” aveva proseguito l’uomo in nero.
Syder e Rich fissarono John, impassibile come al solito: “Le amicizie di mia figlia non sono materia di dibattito” aveva cercato di tergiversare.
“Sì, lo sono” l’aveva interrotto l’altro: “La primogenita Constantine è legata ad Albione, alle sue tradizioni e sappiamo che è stata concepita per mediare fra il popolo Faerie e gli Umani, che è stata un fondamentale strumento di equilibrio nella lotta agli Inferi”.
“Questa non è la riunione delle Nazioni Unite” aveva replicato Constantine piccato: “Dacci uno strappo o vi troveremo da soli”.
L’uomo aveva sorriso e poi aveva fatto loro cenno di seguirli.
Syder s’ era accostato a John: “Zio truffa” era da anni che non lo chiamava in quel modo: “Cosa ha a che fare Frida con l’Inferno?” aveva chiesto, mentre attraversava la strada.
“Il mio sangue: l’Inferno è parte di lei” s’era limitato a dire lui.
Bow era situato nella East End di Londra e non era un luogo raccomandabile, era abitato da immigrati clandestini e pullulava di commerci illegali; oltre alla droga, alle armi ed alle prostitute, in alcuni angoli umidi e ben isolati dai criminali comuni, si poteva consultare ciarlatani, imbroglioni e purtroppo anche negromanti, capaci di qualsiasi nefandezza.
La vettura procedeva spedita, c’erano onesti lavoratori che passeggiavano ed adescavano clienti, alcune anime pie distribuivano il biglietto per un viaggio psichedelico a poveri disgraziati senza più speranza.
Superarono le terrene debolezze e s’infiltrano nel territorio friabile fra la Magia e l’Inganno: il regno dei Constantine.
Quando il tizio parcheggiò in un vicolo, intimando loro d’uscire dalla macchina, udirono distintamente dei passi veloci.
John scrollò le spalle e diede una pacca a Syder.
C’erano due sole opzioni: ottenere ciò che volevano o morire.
“Siamo giunti” disse il traghettatore.
Rich esaminò il vicolo: “Trattiamo a cielo aperto?” domandò scettico.
“No” rispose questi e mostrò una lastra di metallo scuro sul asfalto: “Nelle viscere della terra parleremo di quello che dalla terra proviene”.
“Cosa significa?” si meravigliò Syder.
“Faremo una gita nelle fogne” minimizzò Constantine: “Agli stregoni piacciono i luoghi umidi, sporchi e bui”.
Lo sconosciuto aprì la botola, John scese per primo, con noncuranza, gli altri lo seguirono a ruota. Un tonfo sordo sbarrò l’ultima via di fuga.
Thomas Lucas Moro fissò il malato, respirava a fatica, i suoi rantoli divenivano sempre più veloci e rauchi. Era assistito da una giovane infermiera, una guaritrice che come lui era avvezza a curare maledizioni e creature non umane, il suo nome era uno starnuto islandese: Aðalbjörg Pàla Lilja Lárussdottir, ma da oltre dieci anni era conosciuta come Ada.
S’era offerta spontaneamente di vegliare il disgraziato, era di carattere mite e d’una dolcezza disarmante, non c’era essere al mondo che non suscitasse la comprensione di Ada e per questo Moro la stimava.
“Prendo della radice di quercia” propose la ragazza, scostando la treccia di capelli biondo tiziano dalla spalla: “Credo che il dolore sia aumentato”.
Il dottore scosse il capo: “No, accendi la torcia sul comodino. Faremo quattro chiacchiere” disse in tono secco, estraendo dal camice bianco un pacchetto di sigarette.
“Non mi sembra affatto il momento per interrogarlo” obiettò decisa Ada, passando una mano sulla fronte ulcerata del degente.
“Lárussdottir, lui sta morendo, se vogliamo salvarlo” fece una pausa eloquente e guardò l’infermiera: “Abbiamo una priorità: capire la provenienza della maledizione. Non si tratta d’un incantesimo, questo lo saprebbe anche un bambino, è qualcosa di più potente. Lui sa cosa ha fatto e se parlerà, noi lo cureremo”.
Ada non abbassò lo sguardo, incrociò le braccia sul petto: “Se pensa sia in grado di formulare una frase di senso compiuto, allora, faccia una prova” ribatté pacata: “Io non lo guarderò morire; anche senza il suo consenso, qualora lo ritenessi necessario, lo curerò”.
“Andrai in Paradiso, Lárussdottir” sibilò Moro, accendendo una sigaretta.
Trascinò una sedia sino al capezzale del moribondo ed ignorò Ada.
“Da dove vuoi iniziare, ragazzo?” l’interrogò il medico: “Quando sei arrivato qui avevi qualche graffio, lievi malori… Adesso, hai più ferite di San Sebastiano e tutte spurgano pus, benché vengano pulite; hai la febbre e non riesci a capire se faccia più male un taglio slabbrato o le vesciche che rilasciano liquido bianco. Sei giovane, puoi cavartela con un po’ di fortuna”.
Non ebbe risposta.
“Questa è una vendetta crudele, non terminerà con la morte” soggiunse sottovoce: “Ho la netta impressione di sapere cosa tu abbia fatto. Dillo e vivrai. Taci e per l’eternità sarai il trastullo dei Primi Tre dei Caduti”.
“Io non ho paura” era una sorta di singhiozzo, stentato e sofferente. Ada si chinò ma Moro le lanciò un’occhiata infuriata.
“Non hai paura” ripeté con un ghigno, poi riprese a parlare: “Io ne avrei, visti i tuoi nemici, ma a te la scelta. Certo, accantona sin da ora ogni tuo bel progetto, preso nasceranno dei vermi sul tuo corpo e ti mangeranno, poi avrai la quiete del trapasso ed il tormento dell’Inferno.
Non farai niente, né di buono, né di cattivo, farai cose disgustose e la povera signorina Lárussdottir dovrà lavarti e vederti vomitare l’anima ed il fegato. Io non farò colazione con la mia donna e mia figlia… Noi rimedieremo e tu?”
Uno spasimo, una contrazione dei nervi fece sussultare quel corpo martoriato; Ada tastò il polso.
“Basta!” esclamò.
“No” la zittì Moro e s’alzò in piedi: “Una ragazzina sta morendo di sete e per mancanza d’aria. Mi dirai dove si trova e la mezzadriade spezzerà la maledizione” stava gridando.
Il paziente aprì gli occhi: “Questo è un ospedale?” gracchiò.
“Sì, l’unico che ti possa salvare” rispose: “Voglio il luogo”.
Lo vide sorridere e far colare sangue lungo il mento: “Fanc.ulo”.
Ada si passò una mano sulla fronte: “La mezzadriade è Frida?” domandò esasperata.
“Sì, avete fatto la scuola insieme. Lui l’ha pugnalata” spiegò Moro.
“Lei lo salverà” concluse l’infermiera.
La stanza era stata predisposta al rito, a nord era stata sparsa delle polvere di cristallo in modo da formare un cerchio molto ampio, al suo interno c’era una cartina di Londra ed in direzione dei punti cardinali erano stati accesi quattro ceri bianchi.
Frida era dentro l’ anello magico e li accolse con un sorriso, sembrava già provata e sedeva sul pavimento. In grembo aveva una fotografia di Ivy.
“Entrate” li esortò.
Sam scorse Bastard, sdraiato sulla scrivania, attento a seguire i movimenti della padrona, sul letto troneggiava la gabbia di Bronwen, con lo sportellino aperto, così che la creatura potesse svolazzare e dare un tocco più cupo all’ atmosfera.
“Hai un piano?” domandò Dean.
“Certo, come sapete, non ho abbastanza energia per localizzare Ivy da sola e mio padre è andato a cercare informazioni altrove” disse in tono cordiale, come se parlassero della colazione: “Voi siete forti ed unendoci formeremmo una triade: non abbiate paura, non è Negromanzia”.
Sam sospirò: “Io temo di non poterti essere d’aiuto, Frida” obiettò, quasi sottovoce.
“Sciocchezze” minimizzò Frida: “Io ho avuto più contatti con i Demoni che con gli esseri umani e pratico ogni sorta di incanto sia mai stato concepito”.
Il ragazzo socchiuse gli occhi, guardingo: “Cosa ne sai, tu?” l’incalzò bruscamente.
“Io fiuto, Samuel, non sono umana, ricordi?” replicò lei: “Mio padre aveva il sangue d’un demone in corpo, io ho un cocktail indefinibile di generi nel DNA e non mi faccio problemi. Sono una Constantine, dopo tutto” gli sorrise: “Non arrabbiarti oppure fallo quando sarà finita questa faccenda: adesso sia tu che Dean togliete scarpe ed ornamenti. Non imprecate e non nominate invano i Signori del Cielo e della Terra”.
“Se dovessimo fallire?” sospirò Dean sfilandosi la collana.
“Questa opzione non è contemplata” cinguettò Frida: “In qualche modo, io vinco”.
Sam appoggiò le scarpe sulla soglia e s’accostò al fratello: “Credi veramente che l'abbia intuito dal sangue?” sussurrò.
“Sì, per quanto mi secchi ammetterlo, la sua è una stirpe dannata e per giunta astuta. Mi fido di lei, sotto questo aspetto” rispose.
“Io non mi fido proprio in fatto d’Occulto: può essere pericolosa, non so neanche cosa voglia farci” ribatté Sam.
“Staremo a vedere, ma non ci farebbe mai del male, concordi?”
Sam fece un cenno affermativo.
Frida li esortò a varcare il perimetro, il maggiore sedette alla sua destra ed il minore alla sua sinistra; lei attese un istante e premette la fotografia al petto.
Tese il braccio destro e lasciò scivolare dal pugno chiuso una catenella d’argento, il cui ciondolo era un pendolo di corniola.
“Posate la mano destra sopra la mia” spiegò la giovane: “Non stringete troppo o mi cederà il polso” e si concesse una breve risata.
I due obbedirono riluttanti, Dean sfiorò la pelle della ragazza e d’un tratto si sentì spaesato e ciò che aveva letto sui Constantine gli tornò alla mente; a dargli conforto fu il tocco di Sam, deciso a tentare anche quel bizzarro esperimento.
Il ninnolo era immobile sopra la mappa.
“Non vi chiedo fiducia” disse Frida: “Non a chi si dovrebbe forzare per provarla. Respirate e calmatevi, non pensate a nulla di personale. È tutto collegato, noi lo saremo. Non odiate, non siate felici, non riflettete. Lasciatevi andare a quello che vi circonda. Arrendetevi alla Magia”.
Dean si figurò di dover prendere sonno. Cominciò un’attesa che parve durare ore.
La Constantine aveva chiuso gli occhi e presto fu imitata da Sam, non si muoveva nulla, men che meno il gingillo.
Spossato, il ragazzo serrò le palpebre ed allora avvertì una leggera vertigine, un senso di appartenenza non fisico od emotivo, ma puramente mistico. Era parte di qualcosa di vasto e di potente; il suo ruolo era fondamentale.
Gli parve di vedere Layla, senza i segni della malattia, bellissima e splendente, accanto a lei c’era Hester, altrettanto angelica e Jessica fra loro.
Erano parte del progetto; lo era sua madre, che sorrideva tenendo per mano John Winchester e lo erano le tre ragazze e la vista si popolò d’altre persone: un vecchio canuto, simile ai maghi delle favole, un ragazzino dai capelli castani e lo sguardo limpido, un anziano signore ed una donna che aveva gli occhi azzurri di John Constantine ed molti altri ancora.
Erano tutti lì, ad aiutarlo… Ad aiutare la triade che aveva formato con Sam e Frida,
“Trovata!”
Frida era entusiasta, l’udì come fosse stato distante, quando le mani si ritrassero, ricadde alla realtà.
Sam lo fissava scosso, ma non spaventato e Dean capì che aveva veduto anche lui.
La ragazza, al contrario, era cinerea in viso ed ansimava: “Sta a Soho, guardate!” li esortò puntando il dito.
La catenella ed il pendolo erano dritti, come se delle dita invisibili stringessero l’oggetto: “Cerchiate il punto” ordinò lei.
Dean si sporse verso la scrivania e prese una penna nera, non appena ebbe segnato il punto, il ciondolo crollò sopra la scritta “London”.
Frida s’accasciò al suolo una manciata di secondi dopo.
Sam le tastò il polso nervosamente, ma lei era desta: “Era previsto anche il mio malore” li rassicurò.
“Non l’avevi detto” replicò Dean, le accarezzò la testa: aveva la febbre, la pelle era umida di sudore. Doveva stare peggio di quanto desse a vedere.
“Sta arrivando il mio dottore” aggiunse Frida: “Andate”.
“No, aspettiamo che ci sia qualcuno con te” s’impuntò Dean: “Vado a chiamare Dani”.
“Non c’è tempo: telefonate a Chas e fatevi portare a Soho” Frida tossì e provò ad alzarsi, senza successo: “Questa casa è un porto di mare”.
“Ha ragione, non è mai sola” convenne Sam.
“Lascia che ti sistemi a letto” s’arrese Dean.
Prese il suo esile braccio e la sentì stringere la camicia con mano tremante; la sollevò; era leggera ed aveva l’odore di disinfettante. Si scoprì a nutrire una tenerezza indescrivibile per la minuta mezzadriade, mai aveva rivolto a qualcuno che non fosse della famiglia tanta premura.
“Non vorrei lasciarti” le disse.
“Non lo stai facendo” sorrise Frida: “Stai salvando la mia amica. Io vi sono grata. Vi sono debitrice”.
“No, non lo sei” le parlava con dolcezza, se ne stupì, ma non poté fare altrimenti che trattarla affetto.
L’adagiò con cura sul materasso e d’istinto le baciò la tempia, un gesto fugace e naturale.
Sam non disse nulla, ma trasse un sospiro, era difficile capire a cosa stesse pensando, mentre infilava le scarpe.
Frida stava scivolando in uno stato d’incoscienza.
“Telefoniamo a Chas” ripeté Dean, prendendo il talismano e si volse un’ultima volta verso la camera di Frida: “Abbiamo una vita da salvare”.
Syder non aveva smesso di contare i gradini che lo separavano dal resto del mondo: erano ormai centosettantasette e davanti a lui, Rich barcollava vistosamente.
“Papà” lo chiamò a bassa voce: “Devi essere stanco, non proseguire, lasciamo che sia lo zio Truffa ad occuparsi di questo tizio”.
“No, devo sapere, cerca di capire” disse l’uomo.
Syder comprendeva e per questo tacque, nel buio che li circondava poteva rivedere ogni momento vissuto con la sorella.
I gradini diventarono duecento.
“Siete giunti” la voce della guida era cupa, quasi un monito.
“La porta era un indizio, amico” fece di rimando Constantine.
“Questo significa che desiderate conferire con coloro che cercate, ma non siete ancora i vincitori” lo rimbeccò l’altro.
Spalancò un uscio di legno laccato e con sorpresa, Syder scorse un ordinato ufficio ben illuminato da lampade al neon.
La luce era fredda e feriva lo sguardo.
Entrarono il traghettatore e poi John, Rich e suo figlio.
Sistemato dietro un’ampia scrivania, fra ordinate pile di libri e di fascicoli, c’era un comune essere umano (almeno in apparenza): i capelli grigi tagliati a spazzola, il volto pieno ed ombreggiato dalla barba brizzolata, lo sguardo attento e tranquillo dietro piccoli occhiali tondi.
“Siete arrivati” li salutò, senza mutare espressione, la sua pareva una mera constatazione.
“Non hai sedie per gli ospiti, Doc?” ribatté John.
“Non abbiamo mai ospiti, Constantine”.
C’era un altro uomo nella stanza, quasi a ridosso d’una libreria ed era identico al traghettatore.
Doc squadrò con attenzione i presenti e si soffermò sul ragazzo.
“La sorte del nostro popolo è nelle tue mani” affermò atono: “Sei umile, tollerante e buono; questo farà di te la nostra speranza”.
John non fece alcuna battuta sarcastica, serrò la mascella, sembrava in attesa e Syder ebbe la sensazione che Doc ci credesse e che lo stesso valesse per suo padre e per il magus.
“Non mi interessa” disse di slancio: “Non oggi. Rivoglio mia sorella”.
Doc annuì e prese una cartelletta color ocra: “L’edera di Maggio” scandì bene le parole: “La gioia della famiglia; la futura custode. Chiunque l’abbia oltraggiata, non sa quanto sia arcana l’ira che scatenerà se la notizia lascerà questa dimensione. Non possiamo rinunciare alla custode, né permettere che l’equilibrio venga compromesso”.
“Lo prendo per un sì” tagliò corto John.
“Aspetta, Constantine” lo bloccò Doc: “La vostra casa è stata teatro d’un incanto. È stata formata una triade e non possiamo richiamare le nostre spie con una magia simile nell’aria”.
“Sei sicuro d’avere l’indirizzo giusto, Doc?” prese tempo John.
“Tua figlia s’è unita agli stranieri” Doc pareva disgustato e replicò tenendo lo sguardo su Syder: “Creatura furba: ha preso la loro energia e l’ha usata per scopi egoistici. È una Constantine. Devono passare dodici ore”.
“No, non possiamo aspettare che Ivy muoia d’asfissia!” si ribellò Rich.
Doc era imperturbabile: “La custode sta per essere salvata dagli intrusi e questo grazie al potere della mezzadriade” disse in tono aspro: “In altri secoli, sarebbe giudicata una vergogna”.
“Oggi è un passo avanti” John gli sorrise beffardo: “Doc, in dodici ore il Demone della Fame può fare un banchetto come si deve e lo sai”.
“So che non è nelle condizioni di sfogarsi ed è un bene: ti verrà a cercare e così il giovane Lester”.
Constantine inarcò un sopraciglio: “Giovane? Portava male i suoi trentaquattro anni e dopo vent’anni di tomba, può essere definito in tanti modi, ma non giovane” lo canzonò.
“Non hai preso nulla da tua madre” Doc sapeva dove colpire, perché John ammutolì: “Mary Anne era una donna amabile, era fatta di luce e di grazia. Tu sei l’ombra che incombeva su di lei.
Ora sei attento?”
“Sono pure incazzato”.
“Bravo, ma non ti servirà, perché Gary Lester non è un fantasma, ma il figlio del tuo amico.
Cerca la vendetta e pur d’averla, ha evocato il Demone della Fame e sperava di uccidere Ivy e magari fare lo stesso con la tua primogenita.
Hai capito con chi abbiamo a che fare, Johnny Boy?” e per la prima volta, Doc sorrise.
Ora locale: 4,55.
L’appartamento di Muppet era relativamente pulito ed ordinato, secondo Constantine, era stata Danita ad operare un’accurata pulizia, ma per i Winchester non era un problema. Ringraziarono i loro ospiti per la cena, ovvero della pizza recapitata a domicilio, per l’utilizzo dei servizi igienici e della linea telefonica.
Avevano trascorso la nottata tranquillamente, la gentilezza di Dani aveva cullato la spossatezza, così quando aveva proposto loro di coricarsi, non s’erano ribellati.
“Avremmo dovuto insistere per il motel” sbottò d’un tratto Dean, sistemando con inusuale cura la camicia sulla sedia: “Saremmo entrambi più liberi: qui siamo spiati, ma non perché temono che il bagno si sporchi”.
“Il padre della tua amica ci sta col fiato sul collo, per tacere del medico” sospirò Sam e lanciò un’occhiata alla stanza di Muppet, dalla cui porta sbarrata non filtrava più alcuna luce, poi aggiunse: “Come dovremmo agire?”
“John è uscito circa tre ore fa, con lui c’era Syder, suo padre ed uno sconosciuto” borbottò lui: “Ci hanno messi da parte”.
“Non mi aspettavo un altro trattamento” il sorriso di Sam era sarcastico.
“Noi abbiamo raccolto parecchie informazioni, sia sul Demone della Fame che sugli incantesimi usati da quella creatura e temo si tratti proprio d’un essere umano” ribatté deciso Dean.
“Una ragazzina è nascosta chissà dove e questa stirpe di potenti magus fa una passeggiata notturna?
Non mi convince” disse Sam.
“Papà scrisse che John era bravissimo con l’ipnosi, quasi un talento innato ed i Constantine fanno uso del pendolo da generazioni: avranno individuato Ivy e non ci hanno informato, tipicamente inglese, sai… Loro si ritengono migliori in tutto, persino nelle arti magiche”.
“Ci avranno drogati?” chiese d’un tratto Dean.
Sam rise sommessamente: “Sì, fiori d’arancio ed etere nella birra” rispose.
“Abbiamo perso del tempo prezioso” insistette il maggiore.
“Noi, ma non loro. Ascolta, questo Constantine può essere definito in tanti modi, ma non come uno sprovveduto” lo rassicurò il fratello, adagiandosi nuovamente sulla branda: “Si sarà incontrato con qualche essere o sarà riuscito a prendere Ivy. So che volevi fare bella figura con Frida, ma…”
“Ma questa te la potevi risparmiare, Sammy” sibilò Dean: “Ho già spiegato la situazione, ma a quanto pare non sono stato chiaro”.
“Era una volta e mai più?” lo provocò Sam.
“Non proprio, ma non ho l’anello di fidanzamento nella borsa: fattene una ragione”.
“Nel sonno, tutto mi sembrerà più accettabile”.
Dean lo guardò: “Tu sai che non sono nella posizione di legarmi a qualcuno. Se capissi che sta accadendo, dovrei recidere il rapporto” la sua voce era sussurro melanconico.
“Hai un’idea bizzarra dei sentimenti” replicò Sam: “Cosa ci sarebbe di male nell’ affezionarsi a quella mezzadriade?”
“Si chiama Frida e non è un cucciolo di pastore tedesco”.
Sam sbadigliò: “Ricordi per quanto tempo rifiutai di stare in compagnia dopo la morte di Jess?
Io penso tu stia facendo qualcosa di simile, non mi piace” protestò assonnato: “Non aver paura, sai perfettamente che Frida non muoverebbe un passo senza suo padre, perché lui la seguirebbe, fra l’altro. Quindi, non è un ostacolo”.
“Tu avresti lasciato Jess da sola, mentre andavamo a caccia?” non poté evitare di domandare Dean, proseguì quasi in un lamento: “Avresti preparato la borsa all’alba, le avresti dato un bacio e saresti sparito per mesi?
No, perché ne eri innamorato e desideravi condividere con lei le ore, i giorni, le settimane… La vita.
Io non posso condividere questo con nessuno. Un giorno, forse, cambierò idea e modo di vedere le cose. Chi può saperlo?
Nel frattempo, dovrei fermare Frida o chi per lei? Obbligarla ad aspettare? A sperare che qualcosa cambi?
Non sono così egoista”.
“Hai fatto male a raggiungerla, allora”.
Sam non aggiunse altro, si voltò d’un lato e s’addormentò o così volle fargli credere.
Albeggiava: un Sole opaco illuminava fiocamente il pavimento del soggiorno ed il tavolo su cui troneggiava il portatile dei Winchester ed i due cellulari.
Dean sedette sul bordo del letto, teso e scoraggiato al tempo stesso; iniziò a credere che fosse stato un errore scaraventarsi a Londra, per poi ritrarsi o per ingoiare passivamente le umiliazioni d’un branco di britannici snob, che non avevano neanche la Repubblica.
Avevano fatto un casino e si pavoneggiavano con rituali arcani che non servivano a molto, erano spettacolari fuochi d’artificio, ma l’artiglieria pesante non era nelle loro mani.
Uscì dal locale, nella speranza di produrre il minor rumore possibile, le scale erano di pietra, senza neppure una patina di marmo, il corrimano era in legno squisitamente non lucidato e quasi marcio. Sam aveva estratto sei spine dal palmo della mano sinistra.
Era una vera e propria stamberga, non era stupito che gli fosse stata negata l’abitabilità.
Si accomodò sul terzo gradino, scorgeva nella penombra il telefono nell’atrio e gli usci spalancati dei Constantine e degli Eldridge.
Sentì dei passi stentati, zoppicanti, accompagnati dal colpo secco d’un bastone. Non dovette attendere che qualche minuto, prima di trovare Frida in piedi, con la camicia da notte bianca, macchiata di liquido giallastro sul fianco sinistro ed i capelli legati sulla nuca.
Non era bella e misteriosa, come ad Abaton, la sua aura era quasi sbiadita, era una fragile nel corpo e nello spirito; era una ventenne qualsiasi.
Avvertiva la stessa attrazione, era intensa, ma diversa: non desiderava soltanto possederla o carpirne i misteri, si sarebbe limitato a sederle accanto, a chiacchierare, come lei sperava.
“Puoi alzarti?” esordì Dean, abbassando la testa.
Frida mostrò un bastone da passeggio: “Ho la stampella” disse con un sorriso soddisfatto.
“I tuoi cosa ne pensano?”
“Dani è con Michelle, mio padre è uscito”.
Rimasero in silenzio.
“Non avevi bisogno del nostro aiuto” sentenziò Dean, con asprezza.
“Lascia perdere papà: non lo dà a vedere ma è geloso. È un egocentrico, se avessi fatto il pasticcere t’avrebbe accolto in pompa magna” la rincuorò Frida: “Detestava anche il mio dottore. Basta avere pazienza, perché in genere non morde, senza motivo”.
“Non hai risposto” le fece notare il ragazzo.
“Io avevo bisogno di te” mormorò Frida: “Mi sei mancato, lo so, non dovrei dirlo ma ti voglio. Ti ho pensato ogni giorno, mi figuravo di vederti arrivare o di sentire il tuo richiamo; immaginavo di cosa avremmo parlato e poi… Arrivava la notte e tu non c’eri. Un’ altro giorno che moriva con la mia illusione.
Aspettavo che sorgesse il Sole, per sperare di nuovo e non piangevo, perché era inutile. Tu non puoi sapere il vuoto che avvertivo nell’anima, i ricordi che graffiavano il cuore.
Dean, io lo so, è stata una notte, ma non avevo mai provato un sentimento tanto intenso, avevo scordato chi ero ed esistevi solo tu.
È amore?
Non voglio avere una risposta, ma quando t’immaginavo con altre ragazze, a dir loro di fidarsi di te, quando capivo che non m’avresti chiamata, allora ero piena di rancore e se non mi avessero pugnalata, avrei rimandato a te il mio dolore”.
Dean rimase interdetto, si rese conto che lei stava asciugando il viso dalle lacrime e frenò l’istinto d’abbracciarla (con riguardo per la ferita) e consolarla: avrebbe fatto un guaio ancora più grosso.
“Se non t’avessero pugnalato, quindi, sentirei delle odiose punzecchiature di spillo?” buttarla sul ridere era la sua specialità, in fondo.
La ragazza sorrise: “No, peggio… Il mio piano non è stato perfezionato” ammise con una risata maliziosa.
“Resto in attesa?”
“No, non sono più in collera con te e forse non lo sono mai stata” sospirò affranta: “Se Ivy non fosse in pericolo…Preferirei che quel bastardo avesse rapito me” disse la mezzadriade: “Se le accadesse qualcosa, io ne porterei il peso per sempre. Non è giusto che per una colpa della mia famiglia, sia lei a pagare”.
Il giovane riuscì finalmente a sostenere il suo sguardo, mise le mani sulle ginocchia: “Non lo porterai, certamente John l’ha localizzata” esclamò rassicurante.
“No” Frida era sicura.
“Sì” Dean lo era altrettanto.
“Guarda, mio padre era diretto da un tizio strano, mentre Moro andava da un suo malato strambo” spiegò lei.
“Cosa?” si stupì lui.
“Abbiamo cercato di localizzarla con incantesimi d’ogni sorta, ma di Ivy non c’era traccia. Era inutile riprovare” ribatté Frida.
“Se il suo carceriere non ha il controllo della zona, qualsiasi scudo magico sarà crollato” osservò Winchester.
“Per la barba di Merlino!” sobbalzò la Constantine: “Non ci avevo pensato: sono stata una stupida”.
Si voltò lentamente, per rientrare in casa.
“Non hai la forza di praticare la magia” disse Dean.
“Non da sola, vai a svegliare Sam” gli ordinò in tono pratico.
Era stata una notte senza stelle, c’erano state nubi in cielo, l’idea di Constantine era pericolosa, per questo Rich aveva chiesto a Syder di restare a casa.
“Devi pensare alla mamma” aveva detto l’uomo, con voce strozzata, perché era da troppo tempo che parlava senza essere ascoltato: “Se ci fossero imprevisti, dovrai occuparti di lei…”
“E di Ivy” aveva aggiunto John.
Rich l’aveva guardato riconoscente: i suoi amici erano sempre pronti a vedere il buono che c’era nella sua anima lercia.
“No, non riesco a restare, papà” il tono di Syder era quasi indignato. Non era più un ragazzino impaurito, ma un giovane uomo arrabbiato.
Erano stati raggiunti dal loro “contatto”: un tizio che pareva il fratello scemo di Tommy Lee Jones in “Men in Black”.
Aveva parcheggiato la sua macchina nera davanti al pub e s’era diretto verso la palazzina, dove era atteso.
“Conoscete coloro che cercate?” aveva sussurrato in tono cospiratorio, sporgendosi appena verso Constantine.
“Amico, non abbiamo tempo per le caz.zate” era sbottato John, rimirando la brace rossastra della sigaretta fra le dita: “Sei disposto a traghettarci?”
“Non ci fidiamo di te, Constantine” aveva obiettato lo sconosciuto.
“Sai che novità!” il magus gli aveva riso in faccia: “Il sentimento è ampiamente ricambiato”.
“Lo sappiamo, dato che avete teso la mano agli stranieri” aveva proseguito l’uomo in nero.
Syder e Rich fissarono John, impassibile come al solito: “Le amicizie di mia figlia non sono materia di dibattito” aveva cercato di tergiversare.
“Sì, lo sono” l’aveva interrotto l’altro: “La primogenita Constantine è legata ad Albione, alle sue tradizioni e sappiamo che è stata concepita per mediare fra il popolo Faerie e gli Umani, che è stata un fondamentale strumento di equilibrio nella lotta agli Inferi”.
“Questa non è la riunione delle Nazioni Unite” aveva replicato Constantine piccato: “Dacci uno strappo o vi troveremo da soli”.
L’uomo aveva sorriso e poi aveva fatto loro cenno di seguirli.
Syder s’ era accostato a John: “Zio truffa” era da anni che non lo chiamava in quel modo: “Cosa ha a che fare Frida con l’Inferno?” aveva chiesto, mentre attraversava la strada.
“Il mio sangue: l’Inferno è parte di lei” s’era limitato a dire lui.
Bow era situato nella East End di Londra e non era un luogo raccomandabile, era abitato da immigrati clandestini e pullulava di commerci illegali; oltre alla droga, alle armi ed alle prostitute, in alcuni angoli umidi e ben isolati dai criminali comuni, si poteva consultare ciarlatani, imbroglioni e purtroppo anche negromanti, capaci di qualsiasi nefandezza.
La vettura procedeva spedita, c’erano onesti lavoratori che passeggiavano ed adescavano clienti, alcune anime pie distribuivano il biglietto per un viaggio psichedelico a poveri disgraziati senza più speranza.
Superarono le terrene debolezze e s’infiltrano nel territorio friabile fra la Magia e l’Inganno: il regno dei Constantine.
Quando il tizio parcheggiò in un vicolo, intimando loro d’uscire dalla macchina, udirono distintamente dei passi veloci.
John scrollò le spalle e diede una pacca a Syder.
C’erano due sole opzioni: ottenere ciò che volevano o morire.
“Siamo giunti” disse il traghettatore.
Rich esaminò il vicolo: “Trattiamo a cielo aperto?” domandò scettico.
“No” rispose questi e mostrò una lastra di metallo scuro sul asfalto: “Nelle viscere della terra parleremo di quello che dalla terra proviene”.
“Cosa significa?” si meravigliò Syder.
“Faremo una gita nelle fogne” minimizzò Constantine: “Agli stregoni piacciono i luoghi umidi, sporchi e bui”.
Lo sconosciuto aprì la botola, John scese per primo, con noncuranza, gli altri lo seguirono a ruota. Un tonfo sordo sbarrò l’ultima via di fuga.
Thomas Lucas Moro fissò il malato, respirava a fatica, i suoi rantoli divenivano sempre più veloci e rauchi. Era assistito da una giovane infermiera, una guaritrice che come lui era avvezza a curare maledizioni e creature non umane, il suo nome era uno starnuto islandese: Aðalbjörg Pàla Lilja Lárussdottir, ma da oltre dieci anni era conosciuta come Ada.
S’era offerta spontaneamente di vegliare il disgraziato, era di carattere mite e d’una dolcezza disarmante, non c’era essere al mondo che non suscitasse la comprensione di Ada e per questo Moro la stimava.
“Prendo della radice di quercia” propose la ragazza, scostando la treccia di capelli biondo tiziano dalla spalla: “Credo che il dolore sia aumentato”.
Il dottore scosse il capo: “No, accendi la torcia sul comodino. Faremo quattro chiacchiere” disse in tono secco, estraendo dal camice bianco un pacchetto di sigarette.
“Non mi sembra affatto il momento per interrogarlo” obiettò decisa Ada, passando una mano sulla fronte ulcerata del degente.
“Lárussdottir, lui sta morendo, se vogliamo salvarlo” fece una pausa eloquente e guardò l’infermiera: “Abbiamo una priorità: capire la provenienza della maledizione. Non si tratta d’un incantesimo, questo lo saprebbe anche un bambino, è qualcosa di più potente. Lui sa cosa ha fatto e se parlerà, noi lo cureremo”.
Ada non abbassò lo sguardo, incrociò le braccia sul petto: “Se pensa sia in grado di formulare una frase di senso compiuto, allora, faccia una prova” ribatté pacata: “Io non lo guarderò morire; anche senza il suo consenso, qualora lo ritenessi necessario, lo curerò”.
“Andrai in Paradiso, Lárussdottir” sibilò Moro, accendendo una sigaretta.
Trascinò una sedia sino al capezzale del moribondo ed ignorò Ada.
“Da dove vuoi iniziare, ragazzo?” l’interrogò il medico: “Quando sei arrivato qui avevi qualche graffio, lievi malori… Adesso, hai più ferite di San Sebastiano e tutte spurgano pus, benché vengano pulite; hai la febbre e non riesci a capire se faccia più male un taglio slabbrato o le vesciche che rilasciano liquido bianco. Sei giovane, puoi cavartela con un po’ di fortuna”.
Non ebbe risposta.
“Questa è una vendetta crudele, non terminerà con la morte” soggiunse sottovoce: “Ho la netta impressione di sapere cosa tu abbia fatto. Dillo e vivrai. Taci e per l’eternità sarai il trastullo dei Primi Tre dei Caduti”.
“Io non ho paura” era una sorta di singhiozzo, stentato e sofferente. Ada si chinò ma Moro le lanciò un’occhiata infuriata.
“Non hai paura” ripeté con un ghigno, poi riprese a parlare: “Io ne avrei, visti i tuoi nemici, ma a te la scelta. Certo, accantona sin da ora ogni tuo bel progetto, preso nasceranno dei vermi sul tuo corpo e ti mangeranno, poi avrai la quiete del trapasso ed il tormento dell’Inferno.
Non farai niente, né di buono, né di cattivo, farai cose disgustose e la povera signorina Lárussdottir dovrà lavarti e vederti vomitare l’anima ed il fegato. Io non farò colazione con la mia donna e mia figlia… Noi rimedieremo e tu?”
Uno spasimo, una contrazione dei nervi fece sussultare quel corpo martoriato; Ada tastò il polso.
“Basta!” esclamò.
“No” la zittì Moro e s’alzò in piedi: “Una ragazzina sta morendo di sete e per mancanza d’aria. Mi dirai dove si trova e la mezzadriade spezzerà la maledizione” stava gridando.
Il paziente aprì gli occhi: “Questo è un ospedale?” gracchiò.
“Sì, l’unico che ti possa salvare” rispose: “Voglio il luogo”.
Lo vide sorridere e far colare sangue lungo il mento: “Fanc.ulo”.
Ada si passò una mano sulla fronte: “La mezzadriade è Frida?” domandò esasperata.
“Sì, avete fatto la scuola insieme. Lui l’ha pugnalata” spiegò Moro.
“Lei lo salverà” concluse l’infermiera.
La stanza era stata predisposta al rito, a nord era stata sparsa delle polvere di cristallo in modo da formare un cerchio molto ampio, al suo interno c’era una cartina di Londra ed in direzione dei punti cardinali erano stati accesi quattro ceri bianchi.
Frida era dentro l’ anello magico e li accolse con un sorriso, sembrava già provata e sedeva sul pavimento. In grembo aveva una fotografia di Ivy.
“Entrate” li esortò.
Sam scorse Bastard, sdraiato sulla scrivania, attento a seguire i movimenti della padrona, sul letto troneggiava la gabbia di Bronwen, con lo sportellino aperto, così che la creatura potesse svolazzare e dare un tocco più cupo all’ atmosfera.
“Hai un piano?” domandò Dean.
“Certo, come sapete, non ho abbastanza energia per localizzare Ivy da sola e mio padre è andato a cercare informazioni altrove” disse in tono cordiale, come se parlassero della colazione: “Voi siete forti ed unendoci formeremmo una triade: non abbiate paura, non è Negromanzia”.
Sam sospirò: “Io temo di non poterti essere d’aiuto, Frida” obiettò, quasi sottovoce.
“Sciocchezze” minimizzò Frida: “Io ho avuto più contatti con i Demoni che con gli esseri umani e pratico ogni sorta di incanto sia mai stato concepito”.
Il ragazzo socchiuse gli occhi, guardingo: “Cosa ne sai, tu?” l’incalzò bruscamente.
“Io fiuto, Samuel, non sono umana, ricordi?” replicò lei: “Mio padre aveva il sangue d’un demone in corpo, io ho un cocktail indefinibile di generi nel DNA e non mi faccio problemi. Sono una Constantine, dopo tutto” gli sorrise: “Non arrabbiarti oppure fallo quando sarà finita questa faccenda: adesso sia tu che Dean togliete scarpe ed ornamenti. Non imprecate e non nominate invano i Signori del Cielo e della Terra”.
“Se dovessimo fallire?” sospirò Dean sfilandosi la collana.
“Questa opzione non è contemplata” cinguettò Frida: “In qualche modo, io vinco”.
Sam appoggiò le scarpe sulla soglia e s’accostò al fratello: “Credi veramente che l'abbia intuito dal sangue?” sussurrò.
“Sì, per quanto mi secchi ammetterlo, la sua è una stirpe dannata e per giunta astuta. Mi fido di lei, sotto questo aspetto” rispose.
“Io non mi fido proprio in fatto d’Occulto: può essere pericolosa, non so neanche cosa voglia farci” ribatté Sam.
“Staremo a vedere, ma non ci farebbe mai del male, concordi?”
Sam fece un cenno affermativo.
Frida li esortò a varcare il perimetro, il maggiore sedette alla sua destra ed il minore alla sua sinistra; lei attese un istante e premette la fotografia al petto.
Tese il braccio destro e lasciò scivolare dal pugno chiuso una catenella d’argento, il cui ciondolo era un pendolo di corniola.
“Posate la mano destra sopra la mia” spiegò la giovane: “Non stringete troppo o mi cederà il polso” e si concesse una breve risata.
I due obbedirono riluttanti, Dean sfiorò la pelle della ragazza e d’un tratto si sentì spaesato e ciò che aveva letto sui Constantine gli tornò alla mente; a dargli conforto fu il tocco di Sam, deciso a tentare anche quel bizzarro esperimento.
Il ninnolo era immobile sopra la mappa.
“Non vi chiedo fiducia” disse Frida: “Non a chi si dovrebbe forzare per provarla. Respirate e calmatevi, non pensate a nulla di personale. È tutto collegato, noi lo saremo. Non odiate, non siate felici, non riflettete. Lasciatevi andare a quello che vi circonda. Arrendetevi alla Magia”.
Dean si figurò di dover prendere sonno. Cominciò un’attesa che parve durare ore.
La Constantine aveva chiuso gli occhi e presto fu imitata da Sam, non si muoveva nulla, men che meno il gingillo.
Spossato, il ragazzo serrò le palpebre ed allora avvertì una leggera vertigine, un senso di appartenenza non fisico od emotivo, ma puramente mistico. Era parte di qualcosa di vasto e di potente; il suo ruolo era fondamentale.
Gli parve di vedere Layla, senza i segni della malattia, bellissima e splendente, accanto a lei c’era Hester, altrettanto angelica e Jessica fra loro.
Erano parte del progetto; lo era sua madre, che sorrideva tenendo per mano John Winchester e lo erano le tre ragazze e la vista si popolò d’altre persone: un vecchio canuto, simile ai maghi delle favole, un ragazzino dai capelli castani e lo sguardo limpido, un anziano signore ed una donna che aveva gli occhi azzurri di John Constantine ed molti altri ancora.
Erano tutti lì, ad aiutarlo… Ad aiutare la triade che aveva formato con Sam e Frida,
“Trovata!”
Frida era entusiasta, l’udì come fosse stato distante, quando le mani si ritrassero, ricadde alla realtà.
Sam lo fissava scosso, ma non spaventato e Dean capì che aveva veduto anche lui.
La ragazza, al contrario, era cinerea in viso ed ansimava: “Sta a Soho, guardate!” li esortò puntando il dito.
La catenella ed il pendolo erano dritti, come se delle dita invisibili stringessero l’oggetto: “Cerchiate il punto” ordinò lei.
Dean si sporse verso la scrivania e prese una penna nera, non appena ebbe segnato il punto, il ciondolo crollò sopra la scritta “London”.
Frida s’accasciò al suolo una manciata di secondi dopo.
Sam le tastò il polso nervosamente, ma lei era desta: “Era previsto anche il mio malore” li rassicurò.
“Non l’avevi detto” replicò Dean, le accarezzò la testa: aveva la febbre, la pelle era umida di sudore. Doveva stare peggio di quanto desse a vedere.
“Sta arrivando il mio dottore” aggiunse Frida: “Andate”.
“No, aspettiamo che ci sia qualcuno con te” s’impuntò Dean: “Vado a chiamare Dani”.
“Non c’è tempo: telefonate a Chas e fatevi portare a Soho” Frida tossì e provò ad alzarsi, senza successo: “Questa casa è un porto di mare”.
“Ha ragione, non è mai sola” convenne Sam.
“Lascia che ti sistemi a letto” s’arrese Dean.
Prese il suo esile braccio e la sentì stringere la camicia con mano tremante; la sollevò; era leggera ed aveva l’odore di disinfettante. Si scoprì a nutrire una tenerezza indescrivibile per la minuta mezzadriade, mai aveva rivolto a qualcuno che non fosse della famiglia tanta premura.
“Non vorrei lasciarti” le disse.
“Non lo stai facendo” sorrise Frida: “Stai salvando la mia amica. Io vi sono grata. Vi sono debitrice”.
“No, non lo sei” le parlava con dolcezza, se ne stupì, ma non poté fare altrimenti che trattarla affetto.
L’adagiò con cura sul materasso e d’istinto le baciò la tempia, un gesto fugace e naturale.
Sam non disse nulla, ma trasse un sospiro, era difficile capire a cosa stesse pensando, mentre infilava le scarpe.
Frida stava scivolando in uno stato d’incoscienza.
“Telefoniamo a Chas” ripeté Dean, prendendo il talismano e si volse un’ultima volta verso la camera di Frida: “Abbiamo una vita da salvare”.
Syder non aveva smesso di contare i gradini che lo separavano dal resto del mondo: erano ormai centosettantasette e davanti a lui, Rich barcollava vistosamente.
“Papà” lo chiamò a bassa voce: “Devi essere stanco, non proseguire, lasciamo che sia lo zio Truffa ad occuparsi di questo tizio”.
“No, devo sapere, cerca di capire” disse l’uomo.
Syder comprendeva e per questo tacque, nel buio che li circondava poteva rivedere ogni momento vissuto con la sorella.
I gradini diventarono duecento.
“Siete giunti” la voce della guida era cupa, quasi un monito.
“La porta era un indizio, amico” fece di rimando Constantine.
“Questo significa che desiderate conferire con coloro che cercate, ma non siete ancora i vincitori” lo rimbeccò l’altro.
Spalancò un uscio di legno laccato e con sorpresa, Syder scorse un ordinato ufficio ben illuminato da lampade al neon.
La luce era fredda e feriva lo sguardo.
Entrarono il traghettatore e poi John, Rich e suo figlio.
Sistemato dietro un’ampia scrivania, fra ordinate pile di libri e di fascicoli, c’era un comune essere umano (almeno in apparenza): i capelli grigi tagliati a spazzola, il volto pieno ed ombreggiato dalla barba brizzolata, lo sguardo attento e tranquillo dietro piccoli occhiali tondi.
“Siete arrivati” li salutò, senza mutare espressione, la sua pareva una mera constatazione.
“Non hai sedie per gli ospiti, Doc?” ribatté John.
“Non abbiamo mai ospiti, Constantine”.
C’era un altro uomo nella stanza, quasi a ridosso d’una libreria ed era identico al traghettatore.
Doc squadrò con attenzione i presenti e si soffermò sul ragazzo.
“La sorte del nostro popolo è nelle tue mani” affermò atono: “Sei umile, tollerante e buono; questo farà di te la nostra speranza”.
John non fece alcuna battuta sarcastica, serrò la mascella, sembrava in attesa e Syder ebbe la sensazione che Doc ci credesse e che lo stesso valesse per suo padre e per il magus.
“Non mi interessa” disse di slancio: “Non oggi. Rivoglio mia sorella”.
Doc annuì e prese una cartelletta color ocra: “L’edera di Maggio” scandì bene le parole: “La gioia della famiglia; la futura custode. Chiunque l’abbia oltraggiata, non sa quanto sia arcana l’ira che scatenerà se la notizia lascerà questa dimensione. Non possiamo rinunciare alla custode, né permettere che l’equilibrio venga compromesso”.
“Lo prendo per un sì” tagliò corto John.
“Aspetta, Constantine” lo bloccò Doc: “La vostra casa è stata teatro d’un incanto. È stata formata una triade e non possiamo richiamare le nostre spie con una magia simile nell’aria”.
“Sei sicuro d’avere l’indirizzo giusto, Doc?” prese tempo John.
“Tua figlia s’è unita agli stranieri” Doc pareva disgustato e replicò tenendo lo sguardo su Syder: “Creatura furba: ha preso la loro energia e l’ha usata per scopi egoistici. È una Constantine. Devono passare dodici ore”.
“No, non possiamo aspettare che Ivy muoia d’asfissia!” si ribellò Rich.
Doc era imperturbabile: “La custode sta per essere salvata dagli intrusi e questo grazie al potere della mezzadriade” disse in tono aspro: “In altri secoli, sarebbe giudicata una vergogna”.
“Oggi è un passo avanti” John gli sorrise beffardo: “Doc, in dodici ore il Demone della Fame può fare un banchetto come si deve e lo sai”.
“So che non è nelle condizioni di sfogarsi ed è un bene: ti verrà a cercare e così il giovane Lester”.
Constantine inarcò un sopraciglio: “Giovane? Portava male i suoi trentaquattro anni e dopo vent’anni di tomba, può essere definito in tanti modi, ma non giovane” lo canzonò.
“Non hai preso nulla da tua madre” Doc sapeva dove colpire, perché John ammutolì: “Mary Anne era una donna amabile, era fatta di luce e di grazia. Tu sei l’ombra che incombeva su di lei.
Ora sei attento?”
“Sono pure incazzato”.
“Bravo, ma non ti servirà, perché Gary Lester non è un fantasma, ma il figlio del tuo amico.
Cerca la vendetta e pur d’averla, ha evocato il Demone della Fame e sperava di uccidere Ivy e magari fare lo stesso con la tua primogenita.
Hai capito con chi abbiamo a che fare, Johnny Boy?” e per la prima volta, Doc sorrise.
No, una Constatine non si piega e non si spezza. Tranquilli.