| constatine_girl ( @ 2008-01-23 11:55:00 |
| Current location: | pub "Last punk standing" |
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| Current music: | LPS Original ST |
| Entry tags: | dean winchester, fanfiction, frida constantine, john constantine, nc17, sam winchester |
Last Punk Standing - Doc
Torno ad aggiornare, quando avrò abbastanza materiale, farò un album della famiglia Constantine.
Ho preso la definitiva decisione che Bowie è John Constatine.
Vi fu un attimo di silenzio, Frida non l’avrebbe mai scordato: Ada era intenta a sistemare le fiale di cristallo nella borsa, Dani e Michelle osservavano Ivy riposare nel proprio letto; un livido le ombreggiava la guancia sinistra e cerchi vermigli le sfregiavano i polsi. Era tranquilla. Frida s’era trascinata sino alla casa dei vicini, quando la ragazzina aveva aperto gli occhi, s’era scusata in singhiozzi quasi isterici.
L’altra aveva scosso il capo, con un sorriso appena abbozzato.
La calma era sopraggiunta alla concitazione del ritrovamento. James era il solo a cui i poliziotti avrebbero dato retta o così era convinta Danita, perciò, stavano concordarono una versione plausibile per quel prodigioso rientro.
Era stato un lasso di tempo breve, forse non più di trenta secondi, in cui non s’era udita una voce umana, un miagolio lamentoso, un latrato sinistro di un cane fantasma.
Dean Winchester era seduto sulla vecchia poltrona del soggiorno, mentre Sam scrutava la strada dalla finestra.
Frida si rese conto di quanto fossero stanchi, ma sollevati e soddisfatti. Provò un intrinseco piacere, perché era stata, in parte, artefice della loro vittoria.
S’accostò appena al maggiore e gli sfiorò la nuca, una carezza timida fra i corti capelli. Ritrasse la mano, quasi con timore e lui si volse e le sorrise.
Non c’era che il silenzio, intorno a quei gesti delicati, che non necessitavano di vane parole.
Le due vetture nere oltrepassarono la barriera senza alcun problema; Constantine accomodato sul sedile posteriore, avvertì un leggero senso di nausea, si passò una mano sulla fronte imperlata di sudore.
“Qualcosa non va, zio truffa?” domandò preoccupato Syder, sfiorandogli in gomito, con il suo tocco gentile e delicato.
L’uomo annuì.
“Una barriera contro il Male” soggiunse Doc, la sua voce atona aveva una sfumatura sarcastica, guardò la sua bizzarra guardia del corpo al volante: “Certo, visto il tuo passato ti è difficile attraversarla, come fosse un cerchio di sale … Hai tracce di una Succubus, nel tuo sangue”.
Constantine prese fiato: “Sei invidioso?” lo canzonò, un sorriso crudele: “C’è chi può avere una Succubus, una Driade, una Regina demoniaca e chi si limita ai canali pornografici”.
Il traghettatore non si volse neanche: “Non abbiamo queste necessità da parecchio tempo” disse gelido.
“Ve la fate tra voi, nulla in contrario” sbottò John, accendendosi una sigaretta.
Doc non commentò, attese che l’auto dietro di loro, con a bordo Rich e l’altro strano individuo parcheggiasse.
Quando il motore si spense, con una sorta di sospiro lamentoso mormorò: “Sai perfettamente, che io non ho più una vita”.
Constantine era imperturbabile e la dichiarazione di Doc, non lo sconvolse; scese in fretta, sbattendo la portiera con forza.
Alzò uno sguardo al cielo e si domandò chi avesse definito Dio “buono e giusto”.
“Qualcuno che non lo conosce” rispose Doc, ma non c’era rabbia o veemenza in quella frase, soltanto una pacata rassegnazione.
Rich s’accostò al figlio, aveva la voce roca, aveva le mani nella tasca del giubbotto e disse qualcosa sulla situazione, su quanto fossero assurdi i tizi che l’avevano accompagnato.
Non s’udiva alcun rumore, il che era strano quanto il casino: quando tutto taceva od era in movimento, significava che non c’era da star tranquilli.
“C’è ancora traccia degli stranieri” sospirò Doc.
“Sì, ma basta con le scuse, stasera non mi mandi in bianco” sbottò irritato John: “Nessun mal di testa, dolcezza”.
I passi non erano rassicuranti, echeggiavano nel corridoio, Frida li sentì dentro la ferita, come se riuscissero a penetrare nella sua carne, al pari della lama. S’aggrappò al tavolo, per non rovinare al suolo.
Dean portò, istintivamente la mano alla schiena, dove nascondeva un’arma precauzionale, in genere un coltello dalla lama ricurva e Sam si mosse verso la stanza di Ivy, pronto a far da scudo alle donne.
“Non può essere una creatura malvagia” disse Ada, con la consueta calma: “Il perimetro è difeso da una magia potentissima, arcaica. Non c’è da aver paura”.
“Io non ho paura” mormorò Frida.
“Uscite dal ces.so, non è siamo dell’antidroga!” John Constantine salutava in maniera fantasiosa e creativa, si scoperse a pensare Dean.
Stentò a credere, che suo padre avesse tollerato a lungo, una compagnia tanto sarcastica e singolare.
Michelle uscì a precipizio dall’appartamento; Frida la scorse abbracciare Syder e quindi Rich, metterli al corrente della splendida novità e si volse, per pudore.
“Vi ringrazio” disse piano ai Winchester.
“Se non ci avessi indirizzati, non saremmo andati lontano” minimizzò Dean: “Diciamo che è stato un lavoro di squadra”.
Samuel le sorrise e cercò una frase gentile da rivolgerle, ma era a disagio, c’era qualcosa di pericoloso fuori dalla porta.
“Chi c’è con tuo padre?” domandò infine il ragazzo.
Frida si morse le labbra e poi rispose a denti stretti: “Doc ed i traghettatori”.
I Winchester si scambiarono un’occhiata perplessa, prima che Rich e Syder entrassero per accertarsi che Ivy fosse al sicuro o più semplicemente per guardarla, dopo giorni d’incertezza.
Doc ed i traghettatori erano nell’atrio; non si presentarono.
John li lasciò e cinse le spalle alla figlia: “Sapevo che l’avresti trovata, driade” si complimentò, baciandola sul capo: “A me il Demone, a te i ragazzoni americani. Il tuoi vecchio è generoso”.
“Talvolta, vorrei arrabbiarmi con te” replicò lei.
“Puoi, hai la mia benedizione” sogghignò John: “Non hai idea di quanto mi sia incaz.zato con il mio di padre, adesso lui è fra i putti dal cu.lo piumato, a pregare per noi.
È la giostra della vita, dolcezza”.
Frida non sorrise, Dean notò del rammarico nel suo sguardo abbassato, una delusione che sarebbe presto svanita, ma che somigliava alla sottile crepatura d’un vaso.
Lei era consapevole d’essere una pedina nel piano di John, la certezza la feriva, sebbene s’imponesse di perdonarlo, ma Dean sapeva che non sarebbe bastato un bacio ed una battuta sarcastica a cancellare quel gesto egoistico.
La fissò, ma Frida era persa nelle sue riflessioni e sospirò, quando Constantine tornò dai bizzarri ospiti.
“Chi è Doc?” domandò Dean, inarcando un sopraciglio: “Ma soprattutto, chi sono i traghettatori?”
Frida non si scompose, parlò con quel tono supponente, tipico dei Constantine: “Lo scoprirai”.
I traghettatori chiesero ai presenti di non poggiare i piedi a terra, Syder colse l’occasione per accasciarsi, con la grazia di un corpo bersagliato dai proiettili, sul letto; Rich ne approfittò per sorseggiare una tazza di tè e Danita tentò di sospingere Frida sul divano.
“Perché non possiamo stare in piedi?” chiese scettico Sam.
Uno dei due lo squadrò, con malcelato disprezzo: “Noi abbiamo consigliato di non essere a contatto col pavimento, ma se vuole stare in piedi può farlo su un tavolo, su una poltrona, sul cornicione di un palazzo” replicò serafico.
Frida afferrò una sedia e la trascinò sul pavimento, lo stridio fu accompagnato da un coro d’insulti.
“Dai a me” tagliò corto Dean: “Dove la sistemo?”
“Davanti alla porta, voglio vedere Doc” spiegò la mezzadriade. Sedette, con una smorfia di dolore ed incrociò le gambe: “Sei gentile, qualche volta, Winchester”.
Dean la guardò sornione: “Qualche volta?” ripeté affettando stupore: “Io vivo per accontenti, piccola despota fatata”.
“Prendi tre sedie” s’intromise Sam: “Non voglio perdermi lo spettacolo, Ada starà vicino a noi”.
“Volete i popcorn?” chiosò Dean, avviandosi in cucina.
“No, li vomiteremmo, credimi” ribatté Frida.
In principio, non accadde niente. Doc sedette a terra, con le mani sulle ginocchia e gli occhi chiusi, una posa meditativa. Durò più di un quarto d’ora, John sbadigliava platealmente, disteso sul divano ed Ada s’era rilassata, il suo respiro somigliava a quello di una dormiente.
“Conta di raggiungere il Nirvana e tornare a noi, con la soluzione del problema?” sussurrò Dean al fratello, seduto alla sua sinistra.
“Può darsi, comunque, è più avvincente del film porno che hai scaricato prima di partire” buttò lì Sam.
“E della tua vita sessuale”.
“Sì, ma voi parlate soltanto di sesso?” sbuffò sottovoce Frida.
“No, io preferisco la pratica…” replicò Dean.
“Sei un vero signore” lo rimproverò Frida, con una stizza bizzarra, come se fosse gelosa.
“So esserlo” si difese serio l’altro.
“Ma non con noi, pezzenti londinesi?” l’incalzò Frida.
Dean si ritrasse: “No, io vi stimo tutti quanti, siete una bella famiglia. Hai travisato, stavo scherzando, comunque, io ho una certa classe” disse lui.
“Sono scoperte anche per me, Frida, non immaginavo che Dean avesse questo impeccabile stile” le diede man forte Sam.
“Taci, ti gratti le parti basse appena alzato” lo riprese Dean.
“Fate silenzio, qui c’è gente che vuole riposare” sibilò John.
“Potremmo compromettere l’ascesi del mago” puntualizzò Ada.
“Questa ascesi quanto può durare?” fece Dean, pentendosi subito d’aver parlato.
“Dipende, anche dodici ore” disse l’ infermiera.
“Ecco” sbottò fra sé e sé Dean.
Trascorsero altri tre quarti d’ora, Frida cominciava a sentire l’impellente bisogno di recarsi al bagno, mentre Sam aveva reclinato il capo, raggiungendo Constantine nel regno di Morfeo. Ada era intenta a leggere, Michelle era rannicchiata accanto alla figlia, Syder e Rich sonnecchiavano.
“Dovremmo parlare” prese coraggio Dean: “Chiarire le nostre attuali necessità, driade”.
“Lo so, anche a me scappa la pipì” assentì la Constantine.
Lui la guardò un istante: la rivelazione più traumatizzante della settimana. Non aveva mai sentito una ragazza affermare con tanta semplicità di doversi incipriare il naso e travisare un discorso serio, in maniera così ingenua.
“Non è…” balbettò colto alla sprovvista.
“Beh… Stringi i denti, in questo caso” lo consolò lei.
L’idea che fosse completamente pazza, gli balenò nella mente.
La calma era tale, che sulle prime nessuno s’accorse del primo informatore di Doc, i traghettatori perlustravano l’esterno del palazzo, accertandosi che nessuno disturbasse il loro signore.
Lui percorse velocemente lo spazio fra la cucina e l’atrio, schivando le sedie del soggiorno, a lui se ne unì un secondo, ansioso di comunicare le novità apprese nel sottosuolo, nonché pronto ad esaudire i desideri dell' Evocatore; giunsero in fretta il quarto ed il quinto e fu a quel punto, che Dean e Sam Winchester s’avvidero di non essere soli.
Non si biasimarono, perché i fedeli chiamati da Doc erano minuscoli, con una sorta di corazza nera sul dorso e zampe sottili come capelli.
“Scarafaggi?” si meravigliò Dean, con una smorfia di disgusto.
“Sì” tagliò corto Frida: “Sono stati progettati dal Supremo Equilibratore, come noi”.
Ada represse un brivido d’orrore e John sollevò appena la testa: “Era ora!” esclamò.
Uno stuolo di insetti si precipitò intorno a Doc, una sorta di secondo tappeto brulicante di vita, le pareti ne furono ricoperte e tutti parlavano a Doc e lui li ascoltava ed impartiva gli ordini.
Era una magia terrena e sanguigna, qualcosa che fondava le proprie radici nella convinzione che tutto fosse collegato: l’uomo al dio, la terra al cielo, il bene al male. Un’unica ragnatela, che imprigionava vivi e morti.
Dean ne aveva sentito parlare: erano strane ed inquietanti leggende, che prendevano forma in quei giorni. Sapeva che i custodi d’alcuni misteri erano i Faerie, ma spesso erano considerati una specie estinta, che sopravviveva in esseri schivi o violenti.
Ignorava a cosa si stesse aggrappando Doc, che incantesimo avesse usato per essere attorniato dai bacherozzi di mezza Londra, eppure ne avvertiva la grandezza e la potenza.
Sam era agitato, non se ne stupiva, entrambi si stavano ponendo lo stesso quesito e ne conoscevano la risposta: un secco rifiuto.
Coloro che s’affidavano alla Natura ripudiavano ogni sorta d’inganno ed i Constatine agivano per il proprio tornaconto. Non li avrebbero mai aiutati e non era un gesto stupido: avevano impiegato dei secoli per essere parte della Magia, mentre i Winchester s’erano invischiati in quella feccia per mera vendetta.
Non era stata una scelta, un’inclinazione della personalità: era stata pura rabbia e si sarebbero scrollati di dosso, con piacere, quella patina soprannaturale che ingrigiva le loro esistenze.
I Winchester non erano come loro e questo l’aveva compreso John, nel vano tentativo di trovare l’aiuto di Constantine.
Vedevano il mondo con sguardi differenti, per Frida ed Ada era perfettamente normale quel simposio, per loro era pericoloso, era innaturale.
Il loro sbaglio era di considerare impossibile una commistione fra energie tanto differenti, l’errore dei maghi era di credere fermamente che fosse la soluzione d’ogni guaio.
Durò parecchio la riunione e quando le bestiole si sparpagliarono, in una batter d’occhio, la palazzina fu sgombra.
“Potete alzarvi” disse Doc, aprì gli occhi e fissò i Winchester.
“No, grazie, preferiamo aspettare” sospirò ironico Sam.
Frida non se lo fece ripetere due volte, s’avviò nella propria casa.
“Dormono, gli uomini e le donne” mormorò Doc: “Dormono e sono calmi, coloro che nulla hanno da temere. Perché avete portato nella nostra terra, i vostri demoni?”
“Per uno scambio culturale” fu la pronta replica di Dean.
Doc tacque, poi dischiudendo appena le labbra aggiunse: “Io non vi aiuterò, perché avete sbagliato. No, tu hai fallito, Dean Winchester.” s’alzò in piedi, era alto e di costituzione robusta, doveva avere più cinquant’ anni ed essere comunque forte quanto Dean: “Tu hai fatto un errore e sei stato giustamente punito” si sporse verso Dean: “Chi sei tu?
Come hai osato piegare le regole alle tue ridicole sofferenze terrene?”
Dean mascherò un sussulto e si volse Sam, che evitò deliberatamente di ricambiarlo.
“Cercavi la riconoscenza di tuo padre?
Cosa hai fatto? Con quale ignobile lordura hai sporcato il mondo e queste genie?” lo incalzò aspramente Doc.
Dean si passò una mano sulla fronte: era un telepate o forse la sua impresa era famosa nell’ambiente, ciò che non tollerava era essere giudicato dagli sconosciuti.
“Lei cosa sa di me, anzi, di noi e della nostra situazione?” replicò con veemenza.
“Lasciamo perdere” mormorò Sam e rimase inascoltato.
Un guizzo di crudeltà illuminò gli occhi di Doc: “Vittime, vi ritenete dei martiri, giusto?” sorrise sornione: “La vita è ingiusta, è una barca nel mare in tempesta e talvolta affonda; chi non sa accettare questa verità, allora, può gettarsi nell’acqua con una pietra al collo: è uno stolto.
Hai sofferto, Dean Winchester e non tu solo, milioni di anime sono più straziate della tua, milioni di corpi sono più oltraggiati di quello di tua madre, ma non capovolgono il mondo per questo.
Sei un egoista, sei un debole. Sei un vigliacco.
Hai risvegliato tu, con il tuo sciocco gesto, il Demone della Fame, hai dato a Balthaazar l’occasione per procreare; un altro mezzodemone, pensi?
No, molto di più, lo scoprirai. Tu hai dato il via al caos. Spero che ti faccia sentire importante, piccolo uomo”.
Dean riuscì a biascicare qualche insulto, mentre Samuel saliva in fretta le scale.
“L’anima?” sibilò Frida, aggrappandosi allo stipite.
“La vita ad un morto: una pazzia, un’azione turpe di autocelabrazione” la corresse Doc, senza distoglie lo sguardo da Dean.
“Sapevo l’avesse fatto soltanto un tuo amico” mormorò assonnato John.
“Alza il posteriore, ho buone nuove” rispose Doc, con un tono più conciliante e s’avviò all’uscita.
Dean rimase paralizzato per una manciata di secondi: lui sapeva. Lui lo conosceva. Era qualcosa che persino Frida e John avevano ignorato.
Lo seguì, con febbrile impazienza, capiva d’aver compiuto qualcosa che violava le leggi imposte dal Dio, di cui non si fidava neppure lo sciamano.
Non aveva mai considerato l’aspetto più sinistro della sua scelta: contava unicamente riavere Samuel, tenere fede alla promessa fatta a se stesso e proteggere chi rimaneva della sua famiglia. Non voleva restare solo in un mondo estranei, affrontare le tenebre senza qualcuno al suo fianco, era accecato dal dolore, annientato dal senso di colpa, prostrato alla solitudine che aveva nel cuore.
Non avere una parte di sé, ma rivedere suo fratello respirare, gli era parsa una scappatoia all’agonia di una vita tanto orrenda.
“Quando muore una persona che abbiamo amato, la tentazione di portarla indietro è forte. Basta saperla vincere” Doc s’era fermato sulla soglia, non aveva più il timbro inquisitorio di prima, pareva quasi un vecchio stanco e stomacato dai baratti degli uomini: “Ti era stata data la scelta, lo sai”.
“No, non lo so!” si infervorò Dean, trattenendo, a stento, l’impulso di far voltare l’interlocutore.
“Frida sarebbe stata la tua guida, sarebbe stata la tua compagna” gli disse: “Vi eravate legati, ma poi non hai trovato il coraggio di andare avanti; hai sperato che il Tempo si fermasse, che Dio dal suo trono intervenisse… Ti era stata data un’ opportunità, l’hai gettata al vento e cosa più grave hai scatenato il caos. Dio non risolve le beghe di un solo individuo, è la sua politica.
I morti restano morti: è difficile da capire, ma quanto male fate nello strappare un’anima al suo riposo!”
Dean sbatté le palpebre, sorpreso: “Tu chi sei?” chiese con un filo di voce.
Lui si voltò, con gli occhi velati di lacrime: “Talvolta, persino lo dimentico” bisbigliò: “Mi hanno chiamato in tanti modi, ho avuto più di duecento corpi, Dean Winchester. Sono vivo, sempre, un attimo prima che il fisico collassi, mi addormento e mi desto in un sembiante nuovo e giovane. Non ho mai riposo. Non ho la mia morte.
Mi venne rubata, strappata a viva forza e fu tremendo, fu odioso, non benedico chi mi riportò in questa dimensione”.
“Il tuo vero nome qual è?” Dean ebbe paura e mai avrebbe scordato Doc e le sue ultime parole.
“Un tempo, mi chiamavano Lazzaro”.
“Detto questo, gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».”
Giovanni 11:1-44
L’altra aveva scosso il capo, con un sorriso appena abbozzato.
La calma era sopraggiunta alla concitazione del ritrovamento. James era il solo a cui i poliziotti avrebbero dato retta o così era convinta Danita, perciò, stavano concordarono una versione plausibile per quel prodigioso rientro.
Era stato un lasso di tempo breve, forse non più di trenta secondi, in cui non s’era udita una voce umana, un miagolio lamentoso, un latrato sinistro di un cane fantasma.
Dean Winchester era seduto sulla vecchia poltrona del soggiorno, mentre Sam scrutava la strada dalla finestra.
Frida si rese conto di quanto fossero stanchi, ma sollevati e soddisfatti. Provò un intrinseco piacere, perché era stata, in parte, artefice della loro vittoria.
S’accostò appena al maggiore e gli sfiorò la nuca, una carezza timida fra i corti capelli. Ritrasse la mano, quasi con timore e lui si volse e le sorrise.
Non c’era che il silenzio, intorno a quei gesti delicati, che non necessitavano di vane parole.
Le due vetture nere oltrepassarono la barriera senza alcun problema; Constantine accomodato sul sedile posteriore, avvertì un leggero senso di nausea, si passò una mano sulla fronte imperlata di sudore.
“Qualcosa non va, zio truffa?” domandò preoccupato Syder, sfiorandogli in gomito, con il suo tocco gentile e delicato.
L’uomo annuì.
“Una barriera contro il Male” soggiunse Doc, la sua voce atona aveva una sfumatura sarcastica, guardò la sua bizzarra guardia del corpo al volante: “Certo, visto il tuo passato ti è difficile attraversarla, come fosse un cerchio di sale … Hai tracce di una Succubus, nel tuo sangue”.
Constantine prese fiato: “Sei invidioso?” lo canzonò, un sorriso crudele: “C’è chi può avere una Succubus, una Driade, una Regina demoniaca e chi si limita ai canali pornografici”.
Il traghettatore non si volse neanche: “Non abbiamo queste necessità da parecchio tempo” disse gelido.
“Ve la fate tra voi, nulla in contrario” sbottò John, accendendosi una sigaretta.
Doc non commentò, attese che l’auto dietro di loro, con a bordo Rich e l’altro strano individuo parcheggiasse.
Quando il motore si spense, con una sorta di sospiro lamentoso mormorò: “Sai perfettamente, che io non ho più una vita”.
Constantine era imperturbabile e la dichiarazione di Doc, non lo sconvolse; scese in fretta, sbattendo la portiera con forza.
Alzò uno sguardo al cielo e si domandò chi avesse definito Dio “buono e giusto”.
“Qualcuno che non lo conosce” rispose Doc, ma non c’era rabbia o veemenza in quella frase, soltanto una pacata rassegnazione.
Rich s’accostò al figlio, aveva la voce roca, aveva le mani nella tasca del giubbotto e disse qualcosa sulla situazione, su quanto fossero assurdi i tizi che l’avevano accompagnato.
Non s’udiva alcun rumore, il che era strano quanto il casino: quando tutto taceva od era in movimento, significava che non c’era da star tranquilli.
“C’è ancora traccia degli stranieri” sospirò Doc.
“Sì, ma basta con le scuse, stasera non mi mandi in bianco” sbottò irritato John: “Nessun mal di testa, dolcezza”.
I passi non erano rassicuranti, echeggiavano nel corridoio, Frida li sentì dentro la ferita, come se riuscissero a penetrare nella sua carne, al pari della lama. S’aggrappò al tavolo, per non rovinare al suolo.
Dean portò, istintivamente la mano alla schiena, dove nascondeva un’arma precauzionale, in genere un coltello dalla lama ricurva e Sam si mosse verso la stanza di Ivy, pronto a far da scudo alle donne.
“Non può essere una creatura malvagia” disse Ada, con la consueta calma: “Il perimetro è difeso da una magia potentissima, arcaica. Non c’è da aver paura”.
“Io non ho paura” mormorò Frida.
“Uscite dal ces.so, non è siamo dell’antidroga!” John Constantine salutava in maniera fantasiosa e creativa, si scoperse a pensare Dean.
Stentò a credere, che suo padre avesse tollerato a lungo, una compagnia tanto sarcastica e singolare.
Michelle uscì a precipizio dall’appartamento; Frida la scorse abbracciare Syder e quindi Rich, metterli al corrente della splendida novità e si volse, per pudore.
“Vi ringrazio” disse piano ai Winchester.
“Se non ci avessi indirizzati, non saremmo andati lontano” minimizzò Dean: “Diciamo che è stato un lavoro di squadra”.
Samuel le sorrise e cercò una frase gentile da rivolgerle, ma era a disagio, c’era qualcosa di pericoloso fuori dalla porta.
“Chi c’è con tuo padre?” domandò infine il ragazzo.
Frida si morse le labbra e poi rispose a denti stretti: “Doc ed i traghettatori”.
I Winchester si scambiarono un’occhiata perplessa, prima che Rich e Syder entrassero per accertarsi che Ivy fosse al sicuro o più semplicemente per guardarla, dopo giorni d’incertezza.
Doc ed i traghettatori erano nell’atrio; non si presentarono.
John li lasciò e cinse le spalle alla figlia: “Sapevo che l’avresti trovata, driade” si complimentò, baciandola sul capo: “A me il Demone, a te i ragazzoni americani. Il tuoi vecchio è generoso”.
“Talvolta, vorrei arrabbiarmi con te” replicò lei.
“Puoi, hai la mia benedizione” sogghignò John: “Non hai idea di quanto mi sia incaz.zato con il mio di padre, adesso lui è fra i putti dal cu.lo piumato, a pregare per noi.
È la giostra della vita, dolcezza”.
Frida non sorrise, Dean notò del rammarico nel suo sguardo abbassato, una delusione che sarebbe presto svanita, ma che somigliava alla sottile crepatura d’un vaso.
Lei era consapevole d’essere una pedina nel piano di John, la certezza la feriva, sebbene s’imponesse di perdonarlo, ma Dean sapeva che non sarebbe bastato un bacio ed una battuta sarcastica a cancellare quel gesto egoistico.
La fissò, ma Frida era persa nelle sue riflessioni e sospirò, quando Constantine tornò dai bizzarri ospiti.
“Chi è Doc?” domandò Dean, inarcando un sopraciglio: “Ma soprattutto, chi sono i traghettatori?”
Frida non si scompose, parlò con quel tono supponente, tipico dei Constantine: “Lo scoprirai”.
I traghettatori chiesero ai presenti di non poggiare i piedi a terra, Syder colse l’occasione per accasciarsi, con la grazia di un corpo bersagliato dai proiettili, sul letto; Rich ne approfittò per sorseggiare una tazza di tè e Danita tentò di sospingere Frida sul divano.
“Perché non possiamo stare in piedi?” chiese scettico Sam.
Uno dei due lo squadrò, con malcelato disprezzo: “Noi abbiamo consigliato di non essere a contatto col pavimento, ma se vuole stare in piedi può farlo su un tavolo, su una poltrona, sul cornicione di un palazzo” replicò serafico.
Frida afferrò una sedia e la trascinò sul pavimento, lo stridio fu accompagnato da un coro d’insulti.
“Dai a me” tagliò corto Dean: “Dove la sistemo?”
“Davanti alla porta, voglio vedere Doc” spiegò la mezzadriade. Sedette, con una smorfia di dolore ed incrociò le gambe: “Sei gentile, qualche volta, Winchester”.
Dean la guardò sornione: “Qualche volta?” ripeté affettando stupore: “Io vivo per accontenti, piccola despota fatata”.
“Prendi tre sedie” s’intromise Sam: “Non voglio perdermi lo spettacolo, Ada starà vicino a noi”.
“Volete i popcorn?” chiosò Dean, avviandosi in cucina.
“No, li vomiteremmo, credimi” ribatté Frida.
In principio, non accadde niente. Doc sedette a terra, con le mani sulle ginocchia e gli occhi chiusi, una posa meditativa. Durò più di un quarto d’ora, John sbadigliava platealmente, disteso sul divano ed Ada s’era rilassata, il suo respiro somigliava a quello di una dormiente.
“Conta di raggiungere il Nirvana e tornare a noi, con la soluzione del problema?” sussurrò Dean al fratello, seduto alla sua sinistra.
“Può darsi, comunque, è più avvincente del film porno che hai scaricato prima di partire” buttò lì Sam.
“E della tua vita sessuale”.
“Sì, ma voi parlate soltanto di sesso?” sbuffò sottovoce Frida.
“No, io preferisco la pratica…” replicò Dean.
“Sei un vero signore” lo rimproverò Frida, con una stizza bizzarra, come se fosse gelosa.
“So esserlo” si difese serio l’altro.
“Ma non con noi, pezzenti londinesi?” l’incalzò Frida.
Dean si ritrasse: “No, io vi stimo tutti quanti, siete una bella famiglia. Hai travisato, stavo scherzando, comunque, io ho una certa classe” disse lui.
“Sono scoperte anche per me, Frida, non immaginavo che Dean avesse questo impeccabile stile” le diede man forte Sam.
“Taci, ti gratti le parti basse appena alzato” lo riprese Dean.
“Fate silenzio, qui c’è gente che vuole riposare” sibilò John.
“Potremmo compromettere l’ascesi del mago” puntualizzò Ada.
“Questa ascesi quanto può durare?” fece Dean, pentendosi subito d’aver parlato.
“Dipende, anche dodici ore” disse l’ infermiera.
“Ecco” sbottò fra sé e sé Dean.
Trascorsero altri tre quarti d’ora, Frida cominciava a sentire l’impellente bisogno di recarsi al bagno, mentre Sam aveva reclinato il capo, raggiungendo Constantine nel regno di Morfeo. Ada era intenta a leggere, Michelle era rannicchiata accanto alla figlia, Syder e Rich sonnecchiavano.
“Dovremmo parlare” prese coraggio Dean: “Chiarire le nostre attuali necessità, driade”.
“Lo so, anche a me scappa la pipì” assentì la Constantine.
Lui la guardò un istante: la rivelazione più traumatizzante della settimana. Non aveva mai sentito una ragazza affermare con tanta semplicità di doversi incipriare il naso e travisare un discorso serio, in maniera così ingenua.
“Non è…” balbettò colto alla sprovvista.
“Beh… Stringi i denti, in questo caso” lo consolò lei.
L’idea che fosse completamente pazza, gli balenò nella mente.
La calma era tale, che sulle prime nessuno s’accorse del primo informatore di Doc, i traghettatori perlustravano l’esterno del palazzo, accertandosi che nessuno disturbasse il loro signore.
Lui percorse velocemente lo spazio fra la cucina e l’atrio, schivando le sedie del soggiorno, a lui se ne unì un secondo, ansioso di comunicare le novità apprese nel sottosuolo, nonché pronto ad esaudire i desideri dell' Evocatore; giunsero in fretta il quarto ed il quinto e fu a quel punto, che Dean e Sam Winchester s’avvidero di non essere soli.
Non si biasimarono, perché i fedeli chiamati da Doc erano minuscoli, con una sorta di corazza nera sul dorso e zampe sottili come capelli.
“Scarafaggi?” si meravigliò Dean, con una smorfia di disgusto.
“Sì” tagliò corto Frida: “Sono stati progettati dal Supremo Equilibratore, come noi”.
Ada represse un brivido d’orrore e John sollevò appena la testa: “Era ora!” esclamò.
Uno stuolo di insetti si precipitò intorno a Doc, una sorta di secondo tappeto brulicante di vita, le pareti ne furono ricoperte e tutti parlavano a Doc e lui li ascoltava ed impartiva gli ordini.
Era una magia terrena e sanguigna, qualcosa che fondava le proprie radici nella convinzione che tutto fosse collegato: l’uomo al dio, la terra al cielo, il bene al male. Un’unica ragnatela, che imprigionava vivi e morti.
Dean ne aveva sentito parlare: erano strane ed inquietanti leggende, che prendevano forma in quei giorni. Sapeva che i custodi d’alcuni misteri erano i Faerie, ma spesso erano considerati una specie estinta, che sopravviveva in esseri schivi o violenti.
Ignorava a cosa si stesse aggrappando Doc, che incantesimo avesse usato per essere attorniato dai bacherozzi di mezza Londra, eppure ne avvertiva la grandezza e la potenza.
Sam era agitato, non se ne stupiva, entrambi si stavano ponendo lo stesso quesito e ne conoscevano la risposta: un secco rifiuto.
Coloro che s’affidavano alla Natura ripudiavano ogni sorta d’inganno ed i Constatine agivano per il proprio tornaconto. Non li avrebbero mai aiutati e non era un gesto stupido: avevano impiegato dei secoli per essere parte della Magia, mentre i Winchester s’erano invischiati in quella feccia per mera vendetta.
Non era stata una scelta, un’inclinazione della personalità: era stata pura rabbia e si sarebbero scrollati di dosso, con piacere, quella patina soprannaturale che ingrigiva le loro esistenze.
I Winchester non erano come loro e questo l’aveva compreso John, nel vano tentativo di trovare l’aiuto di Constantine.
Vedevano il mondo con sguardi differenti, per Frida ed Ada era perfettamente normale quel simposio, per loro era pericoloso, era innaturale.
Il loro sbaglio era di considerare impossibile una commistione fra energie tanto differenti, l’errore dei maghi era di credere fermamente che fosse la soluzione d’ogni guaio.
Durò parecchio la riunione e quando le bestiole si sparpagliarono, in una batter d’occhio, la palazzina fu sgombra.
“Potete alzarvi” disse Doc, aprì gli occhi e fissò i Winchester.
“No, grazie, preferiamo aspettare” sospirò ironico Sam.
Frida non se lo fece ripetere due volte, s’avviò nella propria casa.
“Dormono, gli uomini e le donne” mormorò Doc: “Dormono e sono calmi, coloro che nulla hanno da temere. Perché avete portato nella nostra terra, i vostri demoni?”
“Per uno scambio culturale” fu la pronta replica di Dean.
Doc tacque, poi dischiudendo appena le labbra aggiunse: “Io non vi aiuterò, perché avete sbagliato. No, tu hai fallito, Dean Winchester.” s’alzò in piedi, era alto e di costituzione robusta, doveva avere più cinquant’ anni ed essere comunque forte quanto Dean: “Tu hai fatto un errore e sei stato giustamente punito” si sporse verso Dean: “Chi sei tu?
Come hai osato piegare le regole alle tue ridicole sofferenze terrene?”
Dean mascherò un sussulto e si volse Sam, che evitò deliberatamente di ricambiarlo.
“Cercavi la riconoscenza di tuo padre?
Cosa hai fatto? Con quale ignobile lordura hai sporcato il mondo e queste genie?” lo incalzò aspramente Doc.
Dean si passò una mano sulla fronte: era un telepate o forse la sua impresa era famosa nell’ambiente, ciò che non tollerava era essere giudicato dagli sconosciuti.
“Lei cosa sa di me, anzi, di noi e della nostra situazione?” replicò con veemenza.
“Lasciamo perdere” mormorò Sam e rimase inascoltato.
Un guizzo di crudeltà illuminò gli occhi di Doc: “Vittime, vi ritenete dei martiri, giusto?” sorrise sornione: “La vita è ingiusta, è una barca nel mare in tempesta e talvolta affonda; chi non sa accettare questa verità, allora, può gettarsi nell’acqua con una pietra al collo: è uno stolto.
Hai sofferto, Dean Winchester e non tu solo, milioni di anime sono più straziate della tua, milioni di corpi sono più oltraggiati di quello di tua madre, ma non capovolgono il mondo per questo.
Sei un egoista, sei un debole. Sei un vigliacco.
Hai risvegliato tu, con il tuo sciocco gesto, il Demone della Fame, hai dato a Balthaazar l’occasione per procreare; un altro mezzodemone, pensi?
No, molto di più, lo scoprirai. Tu hai dato il via al caos. Spero che ti faccia sentire importante, piccolo uomo”.
Dean riuscì a biascicare qualche insulto, mentre Samuel saliva in fretta le scale.
“L’anima?” sibilò Frida, aggrappandosi allo stipite.
“La vita ad un morto: una pazzia, un’azione turpe di autocelabrazione” la corresse Doc, senza distoglie lo sguardo da Dean.
“Sapevo l’avesse fatto soltanto un tuo amico” mormorò assonnato John.
“Alza il posteriore, ho buone nuove” rispose Doc, con un tono più conciliante e s’avviò all’uscita.
Dean rimase paralizzato per una manciata di secondi: lui sapeva. Lui lo conosceva. Era qualcosa che persino Frida e John avevano ignorato.
Lo seguì, con febbrile impazienza, capiva d’aver compiuto qualcosa che violava le leggi imposte dal Dio, di cui non si fidava neppure lo sciamano.
Non aveva mai considerato l’aspetto più sinistro della sua scelta: contava unicamente riavere Samuel, tenere fede alla promessa fatta a se stesso e proteggere chi rimaneva della sua famiglia. Non voleva restare solo in un mondo estranei, affrontare le tenebre senza qualcuno al suo fianco, era accecato dal dolore, annientato dal senso di colpa, prostrato alla solitudine che aveva nel cuore.
Non avere una parte di sé, ma rivedere suo fratello respirare, gli era parsa una scappatoia all’agonia di una vita tanto orrenda.
“Quando muore una persona che abbiamo amato, la tentazione di portarla indietro è forte. Basta saperla vincere” Doc s’era fermato sulla soglia, non aveva più il timbro inquisitorio di prima, pareva quasi un vecchio stanco e stomacato dai baratti degli uomini: “Ti era stata data la scelta, lo sai”.
“No, non lo so!” si infervorò Dean, trattenendo, a stento, l’impulso di far voltare l’interlocutore.
“Frida sarebbe stata la tua guida, sarebbe stata la tua compagna” gli disse: “Vi eravate legati, ma poi non hai trovato il coraggio di andare avanti; hai sperato che il Tempo si fermasse, che Dio dal suo trono intervenisse… Ti era stata data un’ opportunità, l’hai gettata al vento e cosa più grave hai scatenato il caos. Dio non risolve le beghe di un solo individuo, è la sua politica.
I morti restano morti: è difficile da capire, ma quanto male fate nello strappare un’anima al suo riposo!”
Dean sbatté le palpebre, sorpreso: “Tu chi sei?” chiese con un filo di voce.
Lui si voltò, con gli occhi velati di lacrime: “Talvolta, persino lo dimentico” bisbigliò: “Mi hanno chiamato in tanti modi, ho avuto più di duecento corpi, Dean Winchester. Sono vivo, sempre, un attimo prima che il fisico collassi, mi addormento e mi desto in un sembiante nuovo e giovane. Non ho mai riposo. Non ho la mia morte.
Mi venne rubata, strappata a viva forza e fu tremendo, fu odioso, non benedico chi mi riportò in questa dimensione”.
“Il tuo vero nome qual è?” Dean ebbe paura e mai avrebbe scordato Doc e le sue ultime parole.
“Un tempo, mi chiamavano Lazzaro”.
***
“Detto questo, gridò ad alta voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti da fasce, e il viso coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».”
Giovanni 11:1-44
In attesa di aprire l'album dei ricordi, alla prossima.