| constatine_girl ( @ 2008-02-16 02:08:00 |
| Current location: | Tardis |
| Current mood: | |
| Current music: | "Home" - Depeche Mode |
| Entry tags: | angest, crossover, doctor who, frida constantine, hellblazer, hogwarts, one shot, pg 13 |
No happy ending
Per rinfrancar lo spirito fra un capitolo e l'altro. Considerato che LPS è abbastanza impegnativo vi propongono una storia: è ambientata durante il settimo libro di J.K. Rowling.
Frida Teresa Craine (non ha ancora optato per il cognome paterno) decide di lottare per Hogwarts, ma alla sua età è facile correre rischi e lei è il legame fra due razze: gli Uomini ed i Faerie.
Chi la portarà via di peso?
Singhiozzò, ma non una lacrima le rigò il viso. Gli occhi osservavano quel corpo magro totalmente immobile nell’assurda attesa che si muovesse: le sarebbe bastato vederlo sbattere le palpebre, oppure notare il torace abbassarsi, ma non accadde nulla. Il ragazzo rimase disteso al suolo, la bocca appena dischiusa, in un ultimo avvertimento, la bacchetta a pochi centimetri dalla sua mano.
Era rintanata nell’ombra cupa del corridoio che conduceva alla Sala Grande, era seduta con le ginocchia premute contro il petto sotto una panchina di legno. Era un piccolo fagotto nero, perso nel fragore della battaglia.
Decise di uscire allo scoperto, ma senza commettere altre pazzie: strisciò lentamente vicino al cadavere. Volle piangere, urlare la sua rabbia sino a far crollare i muri e non vi riuscì.
Il cappuccio del mantello sfiorava le sopraciglia, non s’accorse d’aver lasciato una sottile scia di sangue dietro di sé, né ricordava d’essere ferita al ginocchio.
Tremava, per poco non batté il mento contro le mattonelle di marmo. Prese la bacchetta abbandonata e la mise nella mano tiepida di Colin, strinse le dita prive di forza intorno al legno.
Chinò il capo, sino a sentire il contatto con la stoffa della giacca del Grifondoro.
“Sei un eroe” mormorò.
Aveva guardato la morte in faccia, era rimasto in piedi, sussurrandole: “Ferma” ma la Mangiamorte aveva creduto parlasse a lei e l’aveva ucciso. Un bagliore verde e l’anima di Colin era stata abbracciata da Morte e condotta via.
L’idea di fuggire era nata da una discussione abbastanza accesa con Edward: era palese che si stesse lottando per la sopravvivenza e lui temeva per Mikkel; erano altresì consci che parecchi Serpeverde non si sarebbero fatti marchiare, che si sarebbero rivoltati contro Lord Voldemort, fra loro: Zaire e Blaise, Hipatya e Daphne.
Erano più in pericolo di altri, dato che nessuno si sarebbe stupito di vedere la Mayers combattere contro gli assassini dei genitori, ma per un Serpeverde non avrebbero avuto pietà.
Melinda pregava la Dea di vegliare su Blaise, era l’effige stessa del tormento, mentre Juniper era silenziosa e ciò era un pessimo segno.
Pomona Sprite li aveva radunati tutti quanti, senza distinzione di Case, con una lanterna ad olio li aveva condotti in un rifugio sotterraneo.
I Machin avevano cercato di calmare la Zabini, perché lei appariva abbastanza calma, quasi estraniata dal terrore che vibrava da un corpo all’altro.
In realtà, non riusciva a credere che la guerra fosse al suo apice, che le più infauste previsioni si fossero avverate. L’anno scolastico era stato orribile: i professori erano semplici pedine del Ministero, il Ministro era un burattino del Signore Oscuro e perciò chiunque non avesse adeguate credenziali era tiranneggiato in maniera disgustosa.
Frida era considerata un ibrido, qualche persona s’era azzardata a lanciarle qualche sciocco incantesimo, ma aveva il gri gri al polso e la proteggevano Hipatya e Zabini.
La notte più lunga dei suoi dodici anni era iniziata in uno stanzone abnorme, fra i sussurri dei ragazzi.
Aveva cercato di raggiungere le scorte d’acqua ed era incappata in Colin Canon, non l’aveva mai considerato e s’era scusata in tono seccato.
“Tranquilla” aveva ribattuto il ragazzo: “Dennis ha sete…”
“Chi è Dennis?” aveva chiesto Frida.
“Mio fratello minore, vuoi un bicchiere d’acqua anche tu?” aveva proseguito a parlare Colin.
Frida aveva annuito.
Avevano cominciato a parlare, a manifestare le loro intenzioni e lei s’era convinta d’essere in grado di saper utilizzare il glamour per neutralizzare i Mangiamorte, non l’aveva detto ai Canon, s’era semplicemente offerta di lottare.
“No, la tua preparazione magica è insufficiente, ti ucciderebbero subito” aveva ribattuto Colin: “Sei una bambina, questo è il tuo posto”.
“Non il tuo?” aveva ringhiato Frida.
“Io sono un membro dell’ Esercito di Silente”.
“Il preside è morto”.
Frida non aveva mai chiamato Severus Piton “preside”, non l’aveva fatto nessuno a scuola, neppure Goyle.
Piton non era il preside di Hogwarts, era un ulteriore sintomo dello stato di decadenza del Mondo Magico.
“Non la sua memoria” aveva detto orgogliosamente Colin: “Conosco un passaggio segreto, è una storia vecchia e riguarda il trisavolo, comunque, so come uscire ed aiutare Potter”.
Frida aveva finto di essere offesa, quindi spiaciuta e s’era allontanata dai Canon. Dennis aveva supplicato Colin di portarlo con sé, poi s’era arreso, ma Frida non era tipo da gettare la spugna.
S’era fatta largo con discrezione, spintonando un po’ di ragazzi ed aveva visto Colin premere col gomito su un masso e questo era rientrato, mostrando un cunicolo stretto e buio.
Nel ressa, pochi se ne erano accorti e perciò Frida aveva seguito Colin lesta e solo all’interno aveva capito di avere altra compagnia.
“Chi siete?” Colin s’era voltato di scatto, accecandola con il Lumos.
“Frida” aveva risposto stizzita.
“Lucine Machin”.
“Lonnie Machin”.
“Beh… Fate silenzio” aveva concluso Canon.
Erano sbucati nell’aula di Trasfigurazione, con un gran sollievo e se i Machin s’erano presto uniti ad un piccolo gruppo capeggiato da Raven Rosier, Colin era rimasto sulla soglia per avere notizie di Harry Potter e Frida era stata costretta a restargli vicino.
Canon non le aveva permesso di muoversi, le aveva tenuto il braccio con forza.
Non c’erano notizie, solo urla, tonfi e lampi di luce.
“Spostiamoci” aveva ordinato Colin, ma non avevano fatto molta strada: Frida era stata spinta dal Grifondoro verso la panchina e da lì aveva visto la morte.
Aspettò che qualcosa si quietasse con la testa sulla spalla di Colin.
La disperazione era come una brace che alimentava la sete di vendetta: sarebbe morta, come un eroe, con la testa alta e la bacchetta tesa.
Avrebbe reso giustizia al coraggio di Colin Canon, il cui ultimo pensiero era stato verso di lei, una Serpeverde appena conosciuta. Aveva messo l’incolumità di un’estranea davanti alla propria.
Era stato coraggioso e lo sarebbe stata a sua volta.
Uscire da Hogwarts era tecnicamente impossibile, considerato che il portone era il perno di una lotta, mentre la Sala Grande era affollata di Mangiamorte, Aurors e maghi.
C’era il rumore ed era il suo unico alleato. Pensò, forse in fretta e con l’ira che le offuscava i pensieri, si avvicinò ad una vetrata.
Non calcolò il rischio, le importava abbozzare un rituale sul limitare della Foresta Proibita, risvegliare il glamour, chiamare i Faerie.
Spaccò il vetro e subito si gettò.
I vetri le sfrecciarono vicini al volto, uno di essi si conficcò nella spalla, Frida non urlò. Rovinò sull’ erba e perse i sensi.
Svenne per la fatica, per la sofferenza fisica, per il rancore, il rimpianto e la tensione nervosa.
Cadde nell’oscurità della mente.
La testa le doleva, aveva sorta di lama nella carne, le ossa sembravano scricchiolare. Restò a fissare la notte, il Marchio Nero svettare sulla scuola e si mosse. Alzò il busto quanto bastava per vedere un oggetto davvero anomalo.
John l’aveva menzionato, Frida sapeva che erano esisti i Signori del Tempo e che l’ultimo rimasto viaggiava per pietosa concessione di Metatron.
La regina Mab odiava l’intera stirpe e si rammaricava che ne fosse rimasto uno, salvo consolarsi alla prospettiva che fosse ben lontano da lei, sua madre li disprezzava senza rabbia, perché era una Driade e tutti i Constantine, di qualsiasi epoca, aveva provato a truffarlo. Non c’erano mai riusciti e questo era considerato un immenso disonore per la stirpe che beffava il Diavolo.
Il Tardis troneggiava davanti a lei, una cabina telefonica del 1950. Brandì la bacchetta, indecisa.
La porta si aprì, un uomo dai capelli castani e lo sguardo stralunato la squadrò: “Constantine?” domandò.
“Craine” puntualizzò Frida.
“Sì, capisco” uscì e la raggiunge, era quasi più alto e più ossuto di suo padre.
“Vattene, io posso…” balbettò infuriata.
Il volto del Signore del Tempo restò impassibile: “No, in queste condizioni, non puoi” si limitò a rispondere e si chinò, l’afferrò per i fianchi e la sollevò, fingendo fosse semplice.
Frida prese a dimenarsi, gridando a squarciagola.
“Non essere ridicola” la zittì lui: “Stanno urlando in cinquecento, riesci solo ad assordarmi”.
Gli sferzò qualche debole calcio, qualche pugno, finì issata su una spalla e condotta a viva forza nel Tardis.
La mise a terra, nella penombra irradiata di bagliori verdastri, Frida non resse a lungo in piedi e sedette sul pavimento.
“Non ti porti dietro le tue sgualdrine?” chiese con il poco fiato che le restava in gola.
L’altro non si scompose, anzi, non la degnò di uno sguardo e si concentrò sullo schermo.
“Devo tornare indietro” ripeté per l’ennesima volta.
La frase cadde nel silenzio.
“Non è per me, è per Hogwarts” aggiunse.
“Riddle non può vincere: estenderebbe il suo dominio sui Maghi e poi sul resto della popolazione, si scatenerebbe una guerra e perderebbero i Maghi; sono in numero inferiore e non conoscono gli effetti del Uriano Impoverito, di quello Arricchito, dei virus liberati nell’aria.
Non sanno che i governi hanno da secoli un vero piano per ridurli al silenzio, se osassero intralciarli” la sua voce era pacata e fredda, quasi non gli importasse di ciò che affermava con sicurezza.
“Non posso scappare” obiettò Frida.
“Infatti, io ti ho portata via” precisò egli: “Saresti stata ostaggio di Voldemort, ma la regina non sarebbe scesa a patti, bensì in guerra ed avrebbe perso”.
“Basta, perché parli così?” Frida scoppiò a piangere, si accasciò in posizione quasi fetale e chiuse gli occhi mentre il viso si bagnava sino al mento.
“Voi Constantine non mi siete simpatici, siete bugiardi, crudeli e spietati. Non ti ho salvata per pietà, ma per necessità” spiegò con una calma impersonale.
“Non sei umano” lo accusò lei: “In te, non c’è un briciolo di compassione, di umanità. Sei un essere vivente, ma non hai niente a che spartire con gli uomini. Trova un altro pianeta, noi abbiamo ancora dei sentimenti”.
“Mi conosci da tredici minuti, Frida, sei veloce nei giudizi” la canzonò.
“Non sei umano, non hai onore” proseguì la Craine in singulti sempre più rapidi: “L’ho visto morire, ha protetto me e s’è fatto uccidere. C’è la stessa luce attorno a te, quella dell’ incantesimo… Io devo fare qualcosa!” urlò.
“Prova a respirare”.
Frida udì i passi del Signore del Tempo e capì che si stava accostando, strinse ancor più le gambe al petto, soffocò il pianto e le lacrime scorrevano come gocce di pioggia.
“Sei ferita, in più parti…” constatò.
“Ti chiamano Dottore” disse lei.
“Vuoi che ti aiuti?” la domanda era sincera.
“Riportami indietro” lo pregò Frida: “Colin è là… Cosa penseranno?
Che sia scivolato su un incantesimo?
Che non meriti il rispetto di chi ha lottato con tutte le sue energie?” la voce sembrava un sussurro così flebile da essere scosso dai battiti del cuore: “L’ha fatto per me. Apparteniamo a due Case diverse e… Rivali. Mi aveva appena incontrata e mi ha difesa, perché era quello che pensava fosse giusto fare.
Voleva stare a fianco di Potter, guadagnarsi la gloria e poi ha messo da parte i suoi progetti per stare con me.
Questo è coraggio. Se non racconterò la sua storia, come sapranno che Colin Canon era un eroe?”
Il Dottore le accarezzò i capelli castani e lei si scostò, poi non si ribellò e restarono così per alcuni secondi.
Era una bambina ferita, che aveva visto la morte, era così minuta da far tenerezza, si pentì d’averla apostrofata malamente, pareva diversa dai Constantine, sembrava una creatura fragile e sofferente.
“Lo racconterai tu, perciò devi permettermi di portarti al sicuro” non era una frase illuminata, ma addolcì la voce e provò ad infonderci la comprensione che nutriva per lei.
“Se avesse ucciso me, sarebbe stato meglio?” bisbigliò Frida e pareva terribilmente seria.
“Queste domande non hanno risposta, servirebbero a tormentarti e tu hai abbastanza materiale a riguardo” le sfiorò la guancia bagnata, la fissò e non disse altro.
“Quale posto è sicuro?”
Il Dottore le sorrise e cercò di alzarle il volto fra le mani: “Il pub di tuo padre, lo è” finse d’essere vivace, di buon umore: “Vuoi che ti trovi una sistemazione migliore?
Quanto starai meglio, ti porterò a fare un viaggio, in un bellissimo posto. Ti va?”
Frida non rispose.
Il Dottore la prese fra le braccia, non poté evitare le contusioni ed i tagli che la ricoprivano, lei non emise un lamento. Era in uno stato di semicoscienza e pensò fosse una buona cosa: avrebbe sofferto di meno, non avrebbe pensato al ragazzo morto.
L’adagiò su una poltrona abbastanza comoda e la vide seguirlo con lo sguardo, ma gli occhi non avevano alcuna vitalità.
“Arriverai da tuo padre ed andrai a casa tua” la rassicurò il Dottore: “Con la tua mamma, anche e sarai curata. Finirà bene, io te lo posso assicurare: andrà bene per la scuola, per il Mondo Magico, per te, per i tuoi amici.
Finirà bene”.
Stava già azionando i comandi, quando sentì la replica di Frida, era rassegnata e colma di un dolore sordo.
“Colin era un eroe. Colin è morto, altri lo sono e lo saranno: non finirà bene”.
Era rintanata nell’ombra cupa del corridoio che conduceva alla Sala Grande, era seduta con le ginocchia premute contro il petto sotto una panchina di legno. Era un piccolo fagotto nero, perso nel fragore della battaglia.
Decise di uscire allo scoperto, ma senza commettere altre pazzie: strisciò lentamente vicino al cadavere. Volle piangere, urlare la sua rabbia sino a far crollare i muri e non vi riuscì.
Il cappuccio del mantello sfiorava le sopraciglia, non s’accorse d’aver lasciato una sottile scia di sangue dietro di sé, né ricordava d’essere ferita al ginocchio.
Tremava, per poco non batté il mento contro le mattonelle di marmo. Prese la bacchetta abbandonata e la mise nella mano tiepida di Colin, strinse le dita prive di forza intorno al legno.
Chinò il capo, sino a sentire il contatto con la stoffa della giacca del Grifondoro.
“Sei un eroe” mormorò.
Aveva guardato la morte in faccia, era rimasto in piedi, sussurrandole: “Ferma” ma la Mangiamorte aveva creduto parlasse a lei e l’aveva ucciso. Un bagliore verde e l’anima di Colin era stata abbracciata da Morte e condotta via.
L’idea di fuggire era nata da una discussione abbastanza accesa con Edward: era palese che si stesse lottando per la sopravvivenza e lui temeva per Mikkel; erano altresì consci che parecchi Serpeverde non si sarebbero fatti marchiare, che si sarebbero rivoltati contro Lord Voldemort, fra loro: Zaire e Blaise, Hipatya e Daphne.
Erano più in pericolo di altri, dato che nessuno si sarebbe stupito di vedere la Mayers combattere contro gli assassini dei genitori, ma per un Serpeverde non avrebbero avuto pietà.
Melinda pregava la Dea di vegliare su Blaise, era l’effige stessa del tormento, mentre Juniper era silenziosa e ciò era un pessimo segno.
Pomona Sprite li aveva radunati tutti quanti, senza distinzione di Case, con una lanterna ad olio li aveva condotti in un rifugio sotterraneo.
I Machin avevano cercato di calmare la Zabini, perché lei appariva abbastanza calma, quasi estraniata dal terrore che vibrava da un corpo all’altro.
In realtà, non riusciva a credere che la guerra fosse al suo apice, che le più infauste previsioni si fossero avverate. L’anno scolastico era stato orribile: i professori erano semplici pedine del Ministero, il Ministro era un burattino del Signore Oscuro e perciò chiunque non avesse adeguate credenziali era tiranneggiato in maniera disgustosa.
Frida era considerata un ibrido, qualche persona s’era azzardata a lanciarle qualche sciocco incantesimo, ma aveva il gri gri al polso e la proteggevano Hipatya e Zabini.
La notte più lunga dei suoi dodici anni era iniziata in uno stanzone abnorme, fra i sussurri dei ragazzi.
Aveva cercato di raggiungere le scorte d’acqua ed era incappata in Colin Canon, non l’aveva mai considerato e s’era scusata in tono seccato.
“Tranquilla” aveva ribattuto il ragazzo: “Dennis ha sete…”
“Chi è Dennis?” aveva chiesto Frida.
“Mio fratello minore, vuoi un bicchiere d’acqua anche tu?” aveva proseguito a parlare Colin.
Frida aveva annuito.
Avevano cominciato a parlare, a manifestare le loro intenzioni e lei s’era convinta d’essere in grado di saper utilizzare il glamour per neutralizzare i Mangiamorte, non l’aveva detto ai Canon, s’era semplicemente offerta di lottare.
“No, la tua preparazione magica è insufficiente, ti ucciderebbero subito” aveva ribattuto Colin: “Sei una bambina, questo è il tuo posto”.
“Non il tuo?” aveva ringhiato Frida.
“Io sono un membro dell’ Esercito di Silente”.
“Il preside è morto”.
Frida non aveva mai chiamato Severus Piton “preside”, non l’aveva fatto nessuno a scuola, neppure Goyle.
Piton non era il preside di Hogwarts, era un ulteriore sintomo dello stato di decadenza del Mondo Magico.
“Non la sua memoria” aveva detto orgogliosamente Colin: “Conosco un passaggio segreto, è una storia vecchia e riguarda il trisavolo, comunque, so come uscire ed aiutare Potter”.
Frida aveva finto di essere offesa, quindi spiaciuta e s’era allontanata dai Canon. Dennis aveva supplicato Colin di portarlo con sé, poi s’era arreso, ma Frida non era tipo da gettare la spugna.
S’era fatta largo con discrezione, spintonando un po’ di ragazzi ed aveva visto Colin premere col gomito su un masso e questo era rientrato, mostrando un cunicolo stretto e buio.
Nel ressa, pochi se ne erano accorti e perciò Frida aveva seguito Colin lesta e solo all’interno aveva capito di avere altra compagnia.
“Chi siete?” Colin s’era voltato di scatto, accecandola con il Lumos.
“Frida” aveva risposto stizzita.
“Lucine Machin”.
“Lonnie Machin”.
“Beh… Fate silenzio” aveva concluso Canon.
Erano sbucati nell’aula di Trasfigurazione, con un gran sollievo e se i Machin s’erano presto uniti ad un piccolo gruppo capeggiato da Raven Rosier, Colin era rimasto sulla soglia per avere notizie di Harry Potter e Frida era stata costretta a restargli vicino.
Canon non le aveva permesso di muoversi, le aveva tenuto il braccio con forza.
Non c’erano notizie, solo urla, tonfi e lampi di luce.
“Spostiamoci” aveva ordinato Colin, ma non avevano fatto molta strada: Frida era stata spinta dal Grifondoro verso la panchina e da lì aveva visto la morte.
Aspettò che qualcosa si quietasse con la testa sulla spalla di Colin.
La disperazione era come una brace che alimentava la sete di vendetta: sarebbe morta, come un eroe, con la testa alta e la bacchetta tesa.
Avrebbe reso giustizia al coraggio di Colin Canon, il cui ultimo pensiero era stato verso di lei, una Serpeverde appena conosciuta. Aveva messo l’incolumità di un’estranea davanti alla propria.
Era stato coraggioso e lo sarebbe stata a sua volta.
Uscire da Hogwarts era tecnicamente impossibile, considerato che il portone era il perno di una lotta, mentre la Sala Grande era affollata di Mangiamorte, Aurors e maghi.
C’era il rumore ed era il suo unico alleato. Pensò, forse in fretta e con l’ira che le offuscava i pensieri, si avvicinò ad una vetrata.
Non calcolò il rischio, le importava abbozzare un rituale sul limitare della Foresta Proibita, risvegliare il glamour, chiamare i Faerie.
Spaccò il vetro e subito si gettò.
I vetri le sfrecciarono vicini al volto, uno di essi si conficcò nella spalla, Frida non urlò. Rovinò sull’ erba e perse i sensi.
Svenne per la fatica, per la sofferenza fisica, per il rancore, il rimpianto e la tensione nervosa.
Cadde nell’oscurità della mente.
La testa le doleva, aveva sorta di lama nella carne, le ossa sembravano scricchiolare. Restò a fissare la notte, il Marchio Nero svettare sulla scuola e si mosse. Alzò il busto quanto bastava per vedere un oggetto davvero anomalo.
John l’aveva menzionato, Frida sapeva che erano esisti i Signori del Tempo e che l’ultimo rimasto viaggiava per pietosa concessione di Metatron.
La regina Mab odiava l’intera stirpe e si rammaricava che ne fosse rimasto uno, salvo consolarsi alla prospettiva che fosse ben lontano da lei, sua madre li disprezzava senza rabbia, perché era una Driade e tutti i Constantine, di qualsiasi epoca, aveva provato a truffarlo. Non c’erano mai riusciti e questo era considerato un immenso disonore per la stirpe che beffava il Diavolo.
Il Tardis troneggiava davanti a lei, una cabina telefonica del 1950. Brandì la bacchetta, indecisa.
La porta si aprì, un uomo dai capelli castani e lo sguardo stralunato la squadrò: “Constantine?” domandò.
“Craine” puntualizzò Frida.
“Sì, capisco” uscì e la raggiunge, era quasi più alto e più ossuto di suo padre.
“Vattene, io posso…” balbettò infuriata.
Il volto del Signore del Tempo restò impassibile: “No, in queste condizioni, non puoi” si limitò a rispondere e si chinò, l’afferrò per i fianchi e la sollevò, fingendo fosse semplice.
Frida prese a dimenarsi, gridando a squarciagola.
“Non essere ridicola” la zittì lui: “Stanno urlando in cinquecento, riesci solo ad assordarmi”.
Gli sferzò qualche debole calcio, qualche pugno, finì issata su una spalla e condotta a viva forza nel Tardis.
La mise a terra, nella penombra irradiata di bagliori verdastri, Frida non resse a lungo in piedi e sedette sul pavimento.
“Non ti porti dietro le tue sgualdrine?” chiese con il poco fiato che le restava in gola.
L’altro non si scompose, anzi, non la degnò di uno sguardo e si concentrò sullo schermo.
“Devo tornare indietro” ripeté per l’ennesima volta.
La frase cadde nel silenzio.
“Non è per me, è per Hogwarts” aggiunse.
“Riddle non può vincere: estenderebbe il suo dominio sui Maghi e poi sul resto della popolazione, si scatenerebbe una guerra e perderebbero i Maghi; sono in numero inferiore e non conoscono gli effetti del Uriano Impoverito, di quello Arricchito, dei virus liberati nell’aria.
Non sanno che i governi hanno da secoli un vero piano per ridurli al silenzio, se osassero intralciarli” la sua voce era pacata e fredda, quasi non gli importasse di ciò che affermava con sicurezza.
“Non posso scappare” obiettò Frida.
“Infatti, io ti ho portata via” precisò egli: “Saresti stata ostaggio di Voldemort, ma la regina non sarebbe scesa a patti, bensì in guerra ed avrebbe perso”.
“Basta, perché parli così?” Frida scoppiò a piangere, si accasciò in posizione quasi fetale e chiuse gli occhi mentre il viso si bagnava sino al mento.
“Voi Constantine non mi siete simpatici, siete bugiardi, crudeli e spietati. Non ti ho salvata per pietà, ma per necessità” spiegò con una calma impersonale.
“Non sei umano” lo accusò lei: “In te, non c’è un briciolo di compassione, di umanità. Sei un essere vivente, ma non hai niente a che spartire con gli uomini. Trova un altro pianeta, noi abbiamo ancora dei sentimenti”.
“Mi conosci da tredici minuti, Frida, sei veloce nei giudizi” la canzonò.
“Non sei umano, non hai onore” proseguì la Craine in singulti sempre più rapidi: “L’ho visto morire, ha protetto me e s’è fatto uccidere. C’è la stessa luce attorno a te, quella dell’ incantesimo… Io devo fare qualcosa!” urlò.
“Prova a respirare”.
Frida udì i passi del Signore del Tempo e capì che si stava accostando, strinse ancor più le gambe al petto, soffocò il pianto e le lacrime scorrevano come gocce di pioggia.
“Sei ferita, in più parti…” constatò.
“Ti chiamano Dottore” disse lei.
“Vuoi che ti aiuti?” la domanda era sincera.
“Riportami indietro” lo pregò Frida: “Colin è là… Cosa penseranno?
Che sia scivolato su un incantesimo?
Che non meriti il rispetto di chi ha lottato con tutte le sue energie?” la voce sembrava un sussurro così flebile da essere scosso dai battiti del cuore: “L’ha fatto per me. Apparteniamo a due Case diverse e… Rivali. Mi aveva appena incontrata e mi ha difesa, perché era quello che pensava fosse giusto fare.
Voleva stare a fianco di Potter, guadagnarsi la gloria e poi ha messo da parte i suoi progetti per stare con me.
Questo è coraggio. Se non racconterò la sua storia, come sapranno che Colin Canon era un eroe?”
Il Dottore le accarezzò i capelli castani e lei si scostò, poi non si ribellò e restarono così per alcuni secondi.
Era una bambina ferita, che aveva visto la morte, era così minuta da far tenerezza, si pentì d’averla apostrofata malamente, pareva diversa dai Constantine, sembrava una creatura fragile e sofferente.
“Lo racconterai tu, perciò devi permettermi di portarti al sicuro” non era una frase illuminata, ma addolcì la voce e provò ad infonderci la comprensione che nutriva per lei.
“Se avesse ucciso me, sarebbe stato meglio?” bisbigliò Frida e pareva terribilmente seria.
“Queste domande non hanno risposta, servirebbero a tormentarti e tu hai abbastanza materiale a riguardo” le sfiorò la guancia bagnata, la fissò e non disse altro.
“Quale posto è sicuro?”
Il Dottore le sorrise e cercò di alzarle il volto fra le mani: “Il pub di tuo padre, lo è” finse d’essere vivace, di buon umore: “Vuoi che ti trovi una sistemazione migliore?
Quanto starai meglio, ti porterò a fare un viaggio, in un bellissimo posto. Ti va?”
Frida non rispose.
Il Dottore la prese fra le braccia, non poté evitare le contusioni ed i tagli che la ricoprivano, lei non emise un lamento. Era in uno stato di semicoscienza e pensò fosse una buona cosa: avrebbe sofferto di meno, non avrebbe pensato al ragazzo morto.
L’adagiò su una poltrona abbastanza comoda e la vide seguirlo con lo sguardo, ma gli occhi non avevano alcuna vitalità.
“Arriverai da tuo padre ed andrai a casa tua” la rassicurò il Dottore: “Con la tua mamma, anche e sarai curata. Finirà bene, io te lo posso assicurare: andrà bene per la scuola, per il Mondo Magico, per te, per i tuoi amici.
Finirà bene”.
Stava già azionando i comandi, quando sentì la replica di Frida, era rassegnata e colma di un dolore sordo.
“Colin era un eroe. Colin è morto, altri lo sono e lo saranno: non finirà bene”.
Ci sono molti riferimenti al GdR "Harry Potter e... Gli anni a venire", inoltre alla serie Doctor Who (ma wikipedia aiuta).
Per mio diletto la posto.